
© Milena Esposito




La retromarcia era stata veloce, velocissima ed una nuvola di terra e sabbia aveva ricoperto la macchina che tornava da dove era arrivata, imponendo la chiusura dei finestrini ai viaggiatori.
La radio era accesa e, d’un tratto, una voce aggiornava il notiziario locale sulle ultime novità sul fantasma di Trentova.
Il comunicato parlava di registrazioni notturne e di un pianto.
Biagio non era a conoscenza di quella notizia e, dopo averne atteso la fine con un gesto improvviso, spense la radio.
Parcheggiò la macchina. La donna lo guardava in silenzio.
Lui la fissò per un attimo.
Un flebile sibilo si fece sentire. Veniva dai sedili posteriori: sembrava un sospiro. Uno di quei sospiri che i bambini fanno, quando tirano su col naso, mentre piangono.
Biagio avrebbe voluto girarsi: sentì un tuffo nel sangue.
La donna mise la mano sulla portiera e con un movimento cercò la maniglia e tirò.
Lo scatto non aprì la macchina: la portiera era bloccata.
Lui cercò d’aprire dal suo lato e niente: non si poteva uscire.
Rimise in moto la macchina e cominciò a correre.
Si dirigeva veloce verso la caserma. Giunto all’incrocio, cercò di sterzare, ma la macchina sembrava pilotata e correva ancora più velocemente.
Biagio voleva accostarsi, ma l’auto non rispondeva ai comandi, allora cercò di spegnerla, senza successo.
La macchina correva nella notte e lasciava il centro abitato e imboccando la vecchia strada, salì verso Torchiara.
Una serie di curve era inghiottita dall’auto in corsa.
Biagio accese la radio: aveva le mani appiccicose e sudate.
C’era della musica pop.
Poi ci fu un rumore come un’interferenza, un mormorio…un sussurro…un pianto.
Lui spense la radio, pigiando sui tasti come un forsennato: il pianto continuava ad uscire dalle casse.
La macchina sfrecciava nella notte e superò il cimitero di Prignano, il centro di Sant’Antuono e con una sterzata imboccò la strada verso San Martino.
Biagio allungò una mano verso la donna che gli era seduta accanto.
Lei era fredda, gelata.
Lui cercò di ritrarre la mano, ma lei la bloccò e la trattenne.
Biagio sentiva le sue unghie entrargli nella carne.
Allora la guardò e abbandonando il volante, si girò e si accorse che lei era pallida e aveva i capelli scarmigliati.
Nel viso mancavano le pupille.
La macchina sterzò ancora dirigendosi verso Rocca Cilento.
Le ruote sgommavano in un rumore infernale.
Biagio non respirava più: lei continuava ad artigliargli la mano e il pianto adesso era più “umano” e veniva chiaramente da una presenza alle loro spalle, sui sedili.
Biagio cercò di guardare nello specchietto retrovisore e vide qualcosa di scuro, forse un volto, sì, era il volto della bambina e aveva gli occhi luminosi, rossi.
I freni cominciarono a stridere sull’asfalto e la macchina si bloccò.
Era davanti al cimitero di Rocca Cilento.
La donna aprì lo sportello e scese, poi fece scendere la bambina dal sedile posteriore e la prese in braccio.
Biagio mise in moto la macchina.
La donna e la bambina salivano il viale del cimitero.
Le due portiere erano ancora spalancate; la macchina era già in moto.
La corsa riprese.
Biagio ebbe appena il tempo di vedere il parapetto infrangersi e fu nel burrone.
A Rocca Cilento (SA)
L'Associazione Culturale "ARTE E PARTE" presenta l'evento:
CAPODANNO NEL CILENTO... CON DELITTO!
"Demoni a Polmerran"
Testi di Milena Esposito
Musiche dal vivo di Gian Luca Nigro
Cambiamento Connotati - Aperitivo - Spettacolo Interattivo - Cenone di Fine Anno - Musica dal vivo - 2 Pernottamenti con trattamento B&B
Costo dell'intero pacchetto:
295,00 euro a persona
580,00 euro a coppia (290.00 € a pers.)
1.140,00 euro per gruppi di quattro persone (285.00 € a pers.)
1.680,00 euro per gruppi di sei persone (280.00 € a pers.)
2.200,00 euro per gruppi di otto persone (275.00 € a pers.)
2.700,00 euro per gruppi di dieci persone (270.00 € a pers.)
3.180,00 euro per gruppi di dodici persone (265.00 € a pers.)
3.900,00 euro per gruppi di quindici persone (260.00 € a pers.)
Prenotazione obbligatoria entro il 21 novembre 2007
Tel. 0974 823315 - 3891119808
http://arteparte.blog.tiscali.it/
PROGRAMMA:
Lunedì, 31 Dicembre:
dalle 16:00 alle 17:00
arrivo al b&b
dalle 16:30
Cambiamento Connotati: trucco, parrucche o acconciature e accessori
alle 19:00
aperitivo
dalle 21:00 alle 23:00
spettacolo interattivo, cena e pausa per scrivere il rapporto finale
dalle 23:00 alle 23:30
epilogo e premiazioni
dalle 23:30 in poi
festeggiamenti aspettando il Nuovo Anno presso li b&b e pernottamento
Martedì, 1 Gennaio:
prima colazione, soggiorno libero, pernottamento e prima colazione
Posti limitati. Vi consigliamo di prenotare quanto prima
Per maggiori informazioni:
E' il capodanno del 1929, che coincide con il compleanno di Molly Richard.
Sulla costa occidentale della Cornovaglia, a Polmerran, cinque persone erano nella villa invernale di Sir Arthur Clode; oltre a lui, infatti, c'erano: Molly Richard, Gladys Clement, Lawrence West, Griselda Larimer ed Estelle Hill.
Quella sera è avvenuta una cosa inverosimile: Molly Richard è morta avvelenata. Alcune foglie di digitale sono state raccolte insieme alla salvia e, durante la cena, è stato servito del salmone farcito con quelle erbe. Tutti si sono sentiti male, ma la signorina Molly Richard è addirittura morta.
Avvelenamento da digitale!
Sarete i protagonisti in giallo del caso presentato, sarete voi i presunti efferati assassini o starà al vostro intuito di detective interrogare i sospettati, analizzare gli indizi, formulare le accuse e risolvere il caso!
NON PERDETE LA TESTA!
Per una serata all'insegna del giallo, vestite i panni dell'investigatore o del sospettato con parrucche, cappelli, trucco e accessori: "a cambiarvi i connotati ci penseremo noi!": Marika, parrucchiera e truccatrice esperta, si occuperà della vostra testa.
Il testo è ambientato alla fine degli anni '20. Consigliamo, ma non è obbligatorio, di vestire in modo da ricordare l'abbigliamento di quel periodo.
Basta poco: magari un abito elegante, bretelle, guanti, bocchino, scialle piumato o papillon...ma alla vostra testa penseremo noi e con l'aiuto di Marika vi "acconceremo per la festa!".
È necessario prenotare entro il 21 Novembre 2007.
Vengono da lontano.
Bianco e nero. Eco. Si stendono le parole sulla carta, che squittisce sotto le mani.
La vita porta via i colori…il bianco e il nero restano e assordano in silenzio.
Lei racconta. Siamo quasi al buio e restiamo sedute per terra, avverto il freddo sotto il culo nei calzoni. Ascolto. Sono state le sue prime parole a riaprire quel giornale che ora svolazza sopra le teste. Dentro la mia, lo sento sbattere come si fa per spaventare i cuccioli di cane che hanno pisciato ovunque.
“A Napoli nell’’80, c’era la neve.”
Se solo Laura sapesse cosa sto pensando.
“Avevo cinque anni e non avevo mai visto la neve!”
Un brivido mi scuote la schiena e la pelle s’inturgidisce sul mio petto.
Ma Laura non lo può sapere…aveva cinque anni e c’era la neve.
La neve copre i colori.
Laura cambia il tono della voce: ora ha davvero cinque anni.
“Non avevo mai visto una cosa così bella: la neve! Era soffice e bianca era tanta e potevo giocare.”
La vedo correre sul mantello d’ovatta e ruzzolare e correre e giocare e strillare.
La vedi? Ascoltala.
“ Aveva ricoperto ogni cosa. La neve. Cominciai a fare palle di neve e poi ancora e ancora fin quando mi resi conto che si sarebbero sciolte tutte. Allora le mie mani si misero a fare una palla molto più bella delle altre: una palla rotonda come il mondo, una palla magica come le bolle di sapone. Una palla bianca e soffice, che potevo tenere per sempre. Per sempre. Per sempre.”
L’espressione del suo volto cambia: si allarga un sorriso obliquo e gli occhi sembrano spilli.
“ Mi sembrò la scoperta più grande del mondo e mi trascinai una sedia fino al frigorifero e mi arrampicai per aprire il freezer: la mia palla era al sicuro adesso.”
Sento la porta del freezer che sbatte…e bum!
Tra le pause del suo parlare riascolto il metallo della voce che mi feriva dalla televisione, rivedo la neve…Pertini, le cosce dei morti che sbucano dalle coperte e non so se le immagini fossero in bianco e nero o a colori: c’era la neve. Sopra ogni cosa. Sopra i container e sulle baracche e sulle case spaccate. E c’era una tenda di una cucina che rimaneva appesa al balcone, ma non c’era più la cucina e non c’era più la casa e non c’era…c’era la neve.
I fiori sopra quel balcone sono appassiti e bruciati dal gelo: è la foto, la foto senza i colori dei fiori, la foto in bianco e nero sbiadita tra il piombo del giornale e le mie dita macchiate di nero, le mie dita bianche.
Laura continua il suo racconto. Alle sue spalle c’è una lampada rotonda come una palla di neve. La luce viene dal basso ed è calda, pare una stufa alogena.
Vorrei allungare le mie braccia per sentire il caldo sul nudo delle mani, ma resto ferma nelle sue parole.
Le dice di un fiato. Poi resta in silenzio. Risento la neve.
Il silenzio della neve è diverso…
La luce che vedo è quella di un neon. Un uomo apre il freezer. Plok! Prende la palla di neve e la fa scongelare sul lavello d’acciaio.
Gocciola.
Davanti agli occhi di Laura, la palla diventa acqua, diventa nulla.
“Ne ho sofferto tanto.”
Laura termina il suo racconto: “Quell’uomo era mio padre!”
“Papà!...la neve non c’è più…papà…”
Gocciola.
Me la ricordo quella neve: era sporca di sangue, era la tomba dei morti sepolti, dei morti sepolti sotto la neve, sotto le macerie delle case.
Di quei morti che appestavano le strade squassate dal terremoto.
La neve era sporca…
La neve ha ucciso uomini e uomini e donne e corpi mutilati e informi e bambini nelle culle e nelle braccia prive di vita delle mamme e dei papà, la neve ne ha uccisi più del terremoto.
Vorrei poterlo dire a Laura e forse la consolerebbe un po’…ma non si possono asciugare le lacrime quando sono di neve.
Corbezzola
La prima impressione che si ha di Corbezzola è quella di una tavolozza di un pittore. Ma una tavolozza servita per dipingere un quadro d’autunno e quindi sporca di giallo, di arancione e di verde marcio o di salvia e di ocra e di dorato e di rosso.
La prima volta ci arrivai che pioveva. La pioggia rendeva tutto diverso.
Il rosso e il giallo erano liquidi. La città appariva sospesa su una coppa d’acqua e lì si rifletteva.
Ogni cosa era il suo doppio e le case a grappoli si potevano rimirare nel bagliore della pozza mai ferma per il cadere delle gocce.
Il ticchettio rendeva tutto allegro e dalle case i più piccoli uscivano utilizzando grandi passerelle a forma di lanceolate foglie.
Tutti i bambini portavano lunghe tuniche a corolla gonfie come palloncini. Scendendo si macchiavano gli abiti vaporosi e bianchi, ricchi di balze e di pizzi.
Sugli usci delle case le mamme restavano a guardare.
Loro erano abbottonate in abiti simili a quelli dei figli, ma di una tinta crema ed avevano il viso rosso e paffuto.
Le mamme di Corbezzola erano famose nel Cilento per l’indulgenza e la dolcezza.
Le case, vi dicevo, erano appese al verde e avevano per malta quel colore rosso-arancio delle tonache dei monaci buddisti.
Gli intonaci erano grezzi e spessi, a grana doppia.
Tutta la città di Corbezzola ricopriva un territorio enorme, tanto da poterla definire la capitale del Cilento.
S’inerpicava per colline e precipitava in burroni. Arrivava giù fino al fiume Solofrone, confinava con Cicerale e Giungano, costeggiava Finocchio, Ogliastro, Eredita.
La città era sorvolata da grandi foglie, in realtà, direi che Corbezzola era immersa in un bosco.
Si arrivava percorrendo solo grandi strade in salita o risalendo il fiume.
In quel giorno di pioggia lo spettacolo era inusuale.
I bambini, dicevo, scendevano verso l’acqua e lì si rimiravano dalle barche a forma di foglie.
La cosa era che per ogni immagine di bimbo corrispondeva una cosa diversa dal sé.
Questo, certo, può apparire ben strano, ma in realtà era davvero attraente.
Le mamme dall’alto delle loro case, chi alla porta, chi affacciata alla finestra o al balcone, seguivano con attenzione l’immagine riflessa dei propri figli.
Se il bimbo era magro appariva, sì, magro, ma diverso, se era alto poteva restar alto o diventarlo ancora di più, ma comunque quella immagine ne rendeva storti il viso o gli occhi, o il sorriso.
Poi nel riflesso cambiavano le tinte di quei piccoli personaggi, i colori dei capelli o l’iride degli occhi o l’incarnato della pelle.
Una cosa era certa: ai piccoli, quella metamorfosi piaceva.
Voglio essere proprio così. Ripetevano l’un l’altro.
Mi piace questa faccia qui! Urlavano dal basso alle mamme e le mamme sorridevano.
Per guardarsi meglio si sporgevano sul pelo dell’acqua e avvicinavano il viso il più possibile.
Dall’alto le mamme chiacchieravano tra loro beatamente.
Poi, d’improvviso, la pioggia finì.
Le nubi furono spazzate via e…l’arcobaleno fece la sua comparsa.
Allora davvero a Corbezzola si fece festa!
Prima che l’acqua s’asciugasse, ogni bimbo rubò al proprio riflesso la nuova immagine di sè e dalle case le mamme scesero a dorso dell’arcobaleno, ruzzolando con le gambe all’aria e col viso ancora più rosso. Tutti gli uomini tornarono dal bosco portando selvaggina o funghi o fiori.
Ogni casa gialla diventò rossa e le rosse marroni e le marroni caddero dall’alto provocando gran tonfi e gran risate e tutti insieme si misero a pigiar quelle palle brune e ne ricavarono un vino profumato e forte e brindarono, brindarono fino alla notte.
In realtà siccome con la pioggia la città aveva nell’acqua il suo duplicato, le case che s’erano trasformate in vino, non so bene, se proprio per effetto del veder doppio che il vino dà, erano ancora lì, penzolanti nel buio con le luci accese e le porte aperte.
Gli uomini, le donne, i bambini, cantando, risalivano lenti utilizzando le grandi strade.
E le mamme ed i papà portavano a casa i bambini diversi, ma non più trasformati da come lo sono i nostri quando crescono.

Baccanalia
C’è qualcosa di più perfetto d’un grappolo d’uva?
Se osserva con attenzione, guardando i chicchi di polpa giallo oro o blu violacei, più chiari o più scuri, grandi o piccoli, rotondi o lunghi, opachi o più spesso limpidi, come le uova di serpente, chi ebbe la fortuna di vedere Baccanalia, come me, non può fare a meno di farsela tornare in mente.
Ma dov’era Baccanalia, città dalla forma di grappolo d’uva?
Orbene, lei era nel Cilento, come tutte le città delle chimere.
Baccanalia era, infatti, nella zona costiera tra Agropoli e Castellabate, proprio vicino al mare.
Appena si arrivava, subito l’odore d’uva raggiungeva il viandante, che si trovava a percorrere un’unica via tortuosa e cedevole come una serie di ponti sollevati dal terreno.
Viadotti incredibili, assurdi cavalcavia, passerelle insensate, intelaiature d’acrobata si susseguivano formando un’unica strada contorta e avviticchiata.
A destra e a manca, sopra e sotto i passaggi, c’era un carosello di sfere: le case, le chiese, le scuole o i negozi, le bettole degli artigiani e poi, numerose, le taverne erano un rincorrersi di globi e di bocce.
Osterie, trattorie, locande, cantine e bottiglierie erano dappertutto e il rumore del tintinnare dei bicchieri, delle fiaschette, di bottiglie e bottigline, di damigiane e fiaschi da stappare raggiungeva a volte dei toni assordanti.
Tra i cin cin e i plok dell’esplosioni di bottiglie di lambiccato, le giornate trascorrevano liete a Baccanalia.
Dalla strada principale si potevano percorrere stradine più piccole, ma ugualmente sollevate dal terreno, che portavano diritte diritte agli usci e ai portoni; e poi c’erano piazze verdeggianti e morbide, vellutate, larghe e che avevano la forma dei palmi delle mani. Lì erano soliti andare i bambini per giocare con delle sfere simili a palloni, ma più trasparenti e piccoli, che talvolta esplodevano e, subito, tutti i piccoli correvano a leccare e a succhiare il succo dolce che ne fuoriusciva.
C’era anche un altro bel divertimento a Baccanalia: era lo scivolone!
Appena fuori del centro abitato, lo scivolone era un groviglio di boccoli cedevoli come riccioli di capelli, morbidi, elastici ed ondeggianti a tal punto che anche un alito di vento era sufficiente a farlo muovere.
Così i più grandi si riunivano lì e facevano vere corse nel vuoto, quelli maggiormente spericolati si lanciavano contro le onde del mare in tempesta o contro il vento invernale e restavano ore ed ore a dondolare nel vuoto e ad andare su e giù, attaccati allo scivolone.
L’ora più bella a Baccanalia era, comunque, quella del tramonto: da ogni parte, il sole basso illuminava l’insieme di sfere.
La luce entrava e faceva sfavillare le case fatte di lucida polpa e di zuccherati sughi: tutto assumeva il colore dell’oro, tutto diventava trasparente come una lampadina accesa ed ogni cosa dentro era visibile fuori, proprio come i sogni prima del risveglio, poi, a mano a mano, la luce del sole si spegneva a mare e come piccole lucine di un presepe, Baccanalia si accendeva; e gli occhi di chi l’osservava si perdevano in un susseguirsi di mille globi luminosi sorretti da ponti incredibili tra cielo e mare.
Per tutti quelli che sono stati almeno una volta a Baccanalia, ciò che resta del ricordo è il leggero senso di stordimento e di felicità malinconica.



