mercoledì 14 novembre 2007

Vuoi che ti accompagni a casa?




Una bambina senza ombra era stata vista di notte, nel parcheggio della baia di Trentova. Biagio non era solo, la donna accanto a lui era una sposata; erano andati lì per appartarsi un po’: era l’abboccamento di una notte d’agosto tra sconosciuti, incontrati per caso in un bar. Lei aveva ancora la gonna spiegazzata da tirare giù e lui si abbottonava la patta dei calzoni e, mentre finivano di fumarsi una sigaretta in macchina, avevano visto chiaramente scomparire la bambina davanti ai loro occhi. Si era dissolta nella luce dei fari appena accesi.

La retromarcia era stata veloce, velocissima ed una nuvola di terra e sabbia aveva ricoperto la macchina che tornava da dove era arrivata, imponendo la chiusura dei finestrini ai viaggiatori.



La radio era accesa e, d’un tratto, una voce aggiornava il notiziario locale sulle ultime novità sul fantasma di Trentova.



Il comunicato parlava di registrazioni notturne e di un pianto.



Biagio non era a conoscenza di quella notizia e, dopo averne atteso la fine con un gesto improvviso, spense la radio.



Parcheggiò la macchina. La donna lo guardava in silenzio.



Lui la fissò per un attimo.



Un flebile sibilo si fece sentire. Veniva dai sedili posteriori: sembrava un sospiro. Uno di quei sospiri che i bambini fanno, quando tirano su col naso, mentre piangono.



Biagio avrebbe voluto girarsi: sentì un tuffo nel sangue.



La donna mise la mano sulla portiera e con un movimento cercò la maniglia e tirò.



Lo scatto non aprì la macchina: la portiera era bloccata.



Lui cercò d’aprire dal suo lato e niente: non si poteva uscire.



Rimise in moto la macchina e cominciò a correre.



Si dirigeva veloce verso la caserma. Giunto all’incrocio, cercò di sterzare, ma la macchina sembrava pilotata e correva ancora più velocemente.



Biagio voleva accostarsi, ma l’auto non rispondeva ai comandi, allora cercò di spegnerla, senza successo.



La macchina correva nella notte e lasciava il centro abitato e imboccando la vecchia strada, salì verso Torchiara.



Una serie di curve era inghiottita dall’auto in corsa.



Biagio accese la radio: aveva le mani appiccicose e sudate.



C’era della musica pop.



Poi ci fu un rumore come un’interferenza, un mormorio…un sussurro…un pianto.



Lui spense la radio, pigiando sui tasti come un forsennato: il pianto continuava ad uscire dalle casse.



La macchina sfrecciava nella notte e superò il cimitero di Prignano, il centro di Sant’Antuono e con una sterzata imboccò la strada verso San Martino.



Biagio allungò una mano verso la donna che gli era seduta accanto.



Lei era fredda, gelata.



Lui cercò di ritrarre la mano, ma lei la bloccò e la trattenne.



Biagio sentiva le sue unghie entrargli nella carne.



Allora la guardò e abbandonando il volante, si girò e si accorse che lei era pallida e aveva i capelli scarmigliati.



Nel viso mancavano le pupille.



La macchina sterzò ancora dirigendosi verso Rocca Cilento.



Le ruote sgommavano in un rumore infernale.



Biagio non respirava più: lei continuava ad artigliargli la mano e il pianto adesso era più “umano” e veniva chiaramente da una presenza alle loro spalle, sui sedili.



Biagio cercò di guardare nello specchietto retrovisore e vide qualcosa di scuro, forse un volto, sì, era il volto della bambina e aveva gli occhi luminosi, rossi.



I freni cominciarono a stridere sull’asfalto e la macchina si bloccò.



Era davanti al cimitero di Rocca Cilento.



La donna aprì lo sportello e scese, poi fece scendere la bambina dal sedile posteriore e la prese in braccio.



Biagio mise in moto la macchina.



La donna e la bambina salivano il viale del cimitero.



Le due portiere erano ancora spalancate; la macchina era già in moto.



La corsa riprese.



Biagio ebbe appena il tempo di vedere il parapetto infrangersi e fu nel burrone.



© 2007 Milena Esposito

















2 commenti:

bluantho ha detto...

un racconto dell'orrore!
la morte si annuncia, ti prende per mano, ti accompagna sull'orlo della vita quando non te lo aspetti...
chissà perché, nell'immaginario collettivo, la morte è femmina...

ciao

nuvoledimusica ha detto...

hoyla tuntansch tuntansch tutanscg tuntansch .....che paura!!!!Milenùùùùù che so sti racconti.....scherzo....è scritto bene ottima l'espressione ....senti un tuffo nel sangue.....Complimentizzimi ....anche per il nuovo blogghino