sabato 13 settembre 2008

Salterio

























Una musica arriva da un altro mondo. Sale lentissima. È portata da mani di seta. Vibra sgranando le note da vero carillon. È una musica vecchia come le tavole rotonde, persa come il destriero nel bosco e la dama imprigionata nella pietra.
Sembra buona da annusare. È eco in una cappella di lontananze erudite da un libro in copertina di damasco rosso rubino. Da un mondo diverso arpeggia fino a prenderti i polsi. Fino ad entrarti nel fiume di sangue e saliva. Fino a fluire in lacrime e ciglia in ancheggiare di ancelle e piccole giare di terre crude da seccare al sole. Goccia a goccia cade in pioggia incerta come sospesa in aria intarsiata nello zaffiro. Cerca le vibrazioni e si ferma nell'onda di risacche stese in giardini chiusi al pascolo delle divinità ansanti tra rose in boccioli di fresie e rapsodie.
È incedere tra percorsi di foglie secche, di fogli marciti nei cassetti chiusi dalla solitudine.
È densa da coppe delle donne al primo sbocciare di corpetti sciolti sui capelli tirati come corde di salterio all'angolo delle strade nei cortili di ghiaccio e di alluminio.

giovedì 28 agosto 2008

Issak e la sicurezza-io


A Stokville, nelle scuole s'insegnava a tutti gli studenti, fin da quando erano piccolissimi, che bisognava sviluppare bene una certa cosa che qui per comodità riportiamo con il nome tradotto di sicurezza-io.

Anche le mamme ed i papà di Stokville erano molto attenti che la sicurezza-io crescesse in maniera armonica allo sviluppo fisico e mentale del proprio figliuolo.

Issak era un menestrello bravissimo ed essendo un profondo conoscitore delle pietre di Stokville aveva scoperto che si poteva incidere la propria voce su lastre di pietrasfoglia.

E che queste pietresfoglie potevano riprodurre il canto se infilate in piccole scatole contenenti un ago di lamina nerusta.

Così Issak cominciò ad incidere le proprie ballate ed i canti e a riprodurli tramite le scatoleneruste.In breve tempo riuscì a vendere sia le pietresfoglie che le scatoleneruste.

Non aveva il tempo di costruirle che già erano a suonare nella casa del capitano Kius o della signorina Mikje: tutti volevano la sua invenzione e tutti erano disposti a pagare profumatamente e a ringraziare di cuore Issak.

In breve tempo ovunque nelle case di Stokville c'erano almeno una scatolanerusta e decine di pietresfoglie.Soprattutto ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze piaceva ascoltare la musica incisa da Issak.

E così Issak diventò molto popolare ed amato dal popolo di Stokville.

Ma la sua sicurezza-io cresceva a dismisura. Pensate era diventata assai più grande della sua testa.

La sicurezza-io si sviluppava come una sorta di gobba, ma, se proporzionata, era molto bella da vedere e rendeva il corpo robusto ed armonioso.

C'erano bellissime donne con una sicurezza-io così affascinante che era impossibile resistere alla loro seduzione e c'erano vecchi che l'avevano sviluppata così bene che restavano piacenti e interessanti fino alla fine dei loro giorni. Ma non per tutti era così.

Era facile incontrare giovanotti che sarebbero potuti essere bellissimi se la loro sicurezza-io non li avesse resi mostruosi o ridicoli.

Dei veri palloni gonfiati!

D'altra parte alcuni avevano talmente poca sicurezza-io da apparire monchi, deformi, con una scarnitura impressionante che a stento le mamme riuscivano a toccare senza provare quel ribrezzo che chiunque altro avrebbe provato.

Per questo educatori, insegnanti e genitori erano così attenti che la sicurezza-io crescesse bene ed in maniera giusta nei propri bambini.

I primi anni di crescita erano decisivi, ma anche quelli della giovinezza e dell'età adulta potevano influire sullo sviluppo armonico della sicurezza-io.A Stokville c'erano anche medici e maghi, maghe, farmacisti, erboriste e dietologi, biologi, vari studiosi che si occupavano della sicurezza-io.

Ogni giorno su tutti i giornali si potevano leggere le nuove scoperte, le terapie innovative o gli antichi rimedi, le cose da fare o le cose da evitare o da fare evitare ai più piccoli.

La sicurezza-io era così importante per il popolo di Stokville che condizionava totalmente la loro vita. Era sicuramente l'argomento principale delle loro conversazioni e influiva su tutte le decisioni: non si poteva fare un buon lavoro se sulle spalle non fosse stata visibile una bella sicurezza-io o non si poteva partecipare ad un concorso -fosse di lavoro, letterario o di bellezza- senza includere alla domanda la foto della propria sicurezza-io.

Eppure Issak aveva una sicurezza-io enorme, ma piaceva a tutti i giovani e anche a quelli meno giovani e ad alcuni vecchietti.

Pareva fosse proprio la sua mostruosità ad attirare la gente e che questa mostruosità si alimentasse dell'attrazione che la gente aveva nei suoi confronti.

Vari sociologi e psicologi cominciarono ad occuparsi di questo strano fenomeno: tutti gli adulatori di Issak ed Issak stesso avevano una sicurezza-io straripante, che li avrebbe dovuti rendere sgradevolissimi, invece erano davvero seducenti, affascinanti, irresistibili.

Issak soprattutto con quella sua enorme e bitorzoluta sicurezza-io era addirittura calamitante.

Sarebbe dovuto essere orripilante... riusciva a trasportare a stento la sua sicurezza-io... eppure appariva bello come un Adone, fulgido come un dio. Era acclamato dalle folle e desiderato dalle donne e dagli uomini. A mano a mano divenne l'essere più amato ed osannato.

I medici e gli studiosi smisero pure di fare esami ed accertamenti su questo fenomeno, che sembrava capovolgere anche tutti gli schemi della bellezza e della decenza.Insomma era in atto una Rivoluzione della Sicurezza-io ed Issak era il leader assoluto di questo movimento che inneggiava all'enormità della sicurezza-io.

Nacquero vari circoli e club, il più famoso dei quali era denominato The Big, poi c'era il The Bis ed una serie di altri che divulgavano il mito dello sviluppo estremo della sicurezza-io.Issak mise in onda anche Radio Sicurezza-io che, attraverso le scatoleneruste, divulgava musica e parole ed incitava a prendere coscienza del proprio corpo e ad esporlo nudo sulle spiagge e al mare di Stokville per esibire la propria traboccante sicurezza-io. Incitava gli ascoltatori a non vergognarsi delle dimensioni e suggeriva esercizi mentali e fisici per sviluppare al meglio la sicurezza-io. Erano cose semplici, ma funzionavano perfettamente ed utilizzavano spesso specchi, massaggi del partner, ampie scollature, creme ed unguenti miracolosi che lo stesso Issak vendeva assieme alle famose pietresfoglie che sembravano possedere un effetto magnifico sullo sviluppo della sicurezza-io.

Si cominciò ad asserire che questa fosse in assoluto la Rivoluzione più importante della storia di Stokville e chiaramente cominciarono ad esserci i primi scontri, perlopiù generazionali, che vedevano i vecchi professori, i docenti, alcuni genitori schierarsi contro i sostenitori più accaniti del pensiero della liberalizzazione della sicurezza-io come massima espressione di cultura e di arte.

Le giovani donne soprattuto avevano iniziato a camminare mezze nude con le spalle scoperte fino al culo per dimostrare che la loro sicurezza-io era pressoché illimitata ed ingombrava tutta la spina dorsale.

Questa nuova moda inviperì alcune vecchie di Stokville e tutti i vari santoni e le streghe, gli stregoni, tutti gli appartenenti alle sette conservatrici che avevano sempre professato la morigeratezza della sicurezza-io.Ci furono delle vere e proprie rappresaglie. E ci furono i primi morti. I primi martiri.

Issak tuonava da Radio Sicurezza-io e gli animi dei giovani s'infiammavano inturgidendo sempre più le loro gobbe.

I sostenitori della sicurezza-io divennero simili ad enormi tartarughe ed il loro carapace era uno scudo invincibile.

In breve tempo furono molto più robusti e forti dei loro avversari e siccome erano anche più giovani e professavano il sesso-sicurezza-io-liberalizzato divennero molto più numerosi ed i loro figli erano già grandi a pochi mesi.

La Rivoluzione durò nove anni.

A poco a poco, così come erano state costruite e distribuite le scatoleneruste cominciarono ad incepparsi... poi a bloccarsi del tutto, fino a diventare totalmente inutilizzabili.

Contemporaneamente tutti i rivoluzionari cominciarono a sentire uno strano sgonfiamento della sicurezza-io e le donne non ebbero più piacere a esporre la loro schiena nuda. Anzi tutti cominciarono dapprima ad avvertire un senso di prurito e poi ad avere un vero e proprio fastidio, un bruciore, una sensazione dolorosa di vergogna.

Qualcuno suppose che Issak si fosse improvvisamente sgonfiato, qualcuno altro asserì che era esploso... si disse pure che era fuggito, che aveva ingoiato quintali di lamina nerusta ed era morto... certo è che di lui non s'ebbe più notizia.

Dopo molti anni, quando la sicurezza-io non era neanche più visibile ad occhio nudo, ma era semplicemente uno stato d'animo dimenticato e le persone avevano paura anche di comunicare tra loro, si seppe che Issak era stato considerato pericolossissimo per l'igiene mentale e la sicurazza pubblica e, da un tribunale semi-clandestino artefice pure della manomissione delle scatoleneruste, era stato incarcerato. Proprio in galera era morto senza avere neanche la possibilità di parlare e di cantare perché gli era stato inflitto anche il taglio della lingua.

giovedì 19 giugno 2008

Così fan rutti!?


Doveva prenderlo per la lingua, maledetto lupaccio dei lupi spelacchiosi. Da giorni non gli dava pace e sì, che lui era un topino mansueto e dolce come il micio della Gigia. Gasp! Il solo nominare il micio rosso della Gigia gli faceva rizzare le orecchiette a cerchio perfetto posizionate sul capino rotondetto paffutello e super simpatico. Gasp! Si ripeteva topo Ligio, devo liberarmi di questo sguardo terribile del lupaccio. Da quando gli aveva fatto le linguacce, infatti il lupaccio Panclazio, così si chiamava quell'ammasso di peli e polvere, dicevamo, da quando topo Ligio gli aveva fatto vedere la sua spropositata linguaccia, Panclazio si era incazzato di brutto. Non lo dava a vedere, certo che no, ma il suo sguardo normalmente di lupo-pecorella era incredibilmente diventato rosso-demone, come gli occhietti a spillo spuntuti del diavoletto dalla coda moncata dal gatto della Gigia. Va be', però questa è un'altra storia, ma è una storia così spaventosa, ma così spaventosa, che il nostro piccolo eroe, topo Ligio, la dimenticò in un batter d'occhio. E appunto di occhi si stava parlando, mi pare. Se non ci fossero tutte queste interruzioni si potrebbe dire, appunto, che il lupo Panclazio, amico dell'orso orbo da un occhio, che poi l'occhio lo perse proprio quella volta che... eh, va be', se continuiamo così, sta storia di topo Ligio e lupo Panclazio non la finiamo manco per domani. Devo tirarlo per la lingua e così tutto si acconcia, ripeteva a voce bassissima, ma talmente bassissima, che sembrava come quando quel vecchio palloncino blu si è bucato o come quando la Gigia fa le bolle di sapone con la mitlagliatlice a laffica. Topo Ligio è il più bel topino della Gigia, se non fosse che quella volta perse il codino a furia delle calezze della Gigia, appunto, sicuramente avrebbe vinto quel “Concolso I Topini Più Pleziosi della Gigia”. Che peccato, quella volta! Lui fece solo il Telzo Plemio! Come se topo Bliciola o topina Malica fossero stati davvero più belli di lui. Beh, certo lui ha quella lingua enorme, ma avete mai visto un topino più bello di lui? No! Credo proprio di no: topo Ligio ha un nasino rosa e tondo come il più bel nasino rosa e tondo che si sia mai visto ed ha pure i baffetti posizionati a destra e a sinistra come i più bei baffetti posizionati a destra e a sinistra che si siano mai visti ed ha un bellissimo vestitino a lighe bianche e losa che gli calza ploplio a pennello, come dice la Gigia ogni volta che gioca un po' con lui a tila e molla. Ogni volta che la Gigia tila lui molla una bellissima linguaccia, ma così bella, ma così bella, ma così bella che la Gigia lide tutta quanta! Chi poteva immaginare che lupo Panclazio non avrebbe gradito la sua incredibile performace? Soprattutto di notte gli occhiacci rosso-demone del lupaccio spiccavano nel buio e agitavano tutti i sogni di topine di topo Ligio. Non ne posso più, si ripeteva il nostro eroe, devo avvicinarmi con prudenza e tirargli la lingua, ma come caspitarola dovrò fare a fargli aprire quella bocca con i dentacci a triangoli gialli? Un bel giorno la Gigia gli si parò davanti e chinandosi gli fece un bel rutto in faccia! Ti è piaciuto il mio luttone? Gli chiese più impertinente del solito, tanto che topo Ligio si preoccupò che stesse già diventando adolescente e gli adolescenti, si sa benissimo, spesso rinunciano ai loro giocattoli preferiti o li gettano dal balcone o li buttano nella pattumiera o li regalano o gli fanno i luttoni in faccia?! Però topo Ligio prese subito la palla al balzo, che significa non perse l'occasione, e rivolgendosi con quanto fiato aveva in gola a lupo Panclazio, disse: - Così fan rutti!? E tu li sai fare i super lutti della Gigia? Lupo Panclazio spalancò la boccaccia con i dentacci a triangoli gialli e lesto lesto, significa veloce veloce, topo Ligio si appese con tutta la sua forza alla lingua lunga lunga e fina fina del lupaccio. Immediatamente gli occhi del lupo diventarono occhi da lupo-pecorellissima e dalla sua bocca uscì una musica soave chiamata dalla Gigia callilion!
© Milena Esposito

giovedì 10 aprile 2008

Clof, clof

Cammino sulle foglie.
Clof, clof.
Alle mie spalle il rumore è diverso, diverso da quello che sento sotto i miei piedi.
E la gonna fruscia trasportando piccoli pezzi di rami morti.
Dietro il rumore è di acqua che scorre.
Cammino tra il nudo degli alberi.
Vado avanti sotto il nero delle nuvole chiuse.
Tutto è fermo.
Cammino nell'immobilità del mio passo.
Clof, clof.
Mi volto.
Vedo.
Vedo oltre i fichi.
Il cielo cola.
Si versa sulla terra. Scende diritto davanti ai miei occhi.
È una parete d'acqua.
Evapora.
È lì, oltre l'ultima pianta che a stento trattiene le sue foglie, è lì che piove.
Fittamente.
Le linee sono orizzontali.
Scendono.
Sfrusciano.
Scrosciano.
Chiudo gli occhi.
L'immagine non scompare.
È nelle mie narici.
È odore di foglie morte intrise d'acqua.
È umido, odore di umido.
Denso.
Troppo denso.
Potrei perdere l'equilibrio.
Porto indietro la testa.
Il collo si piega.
La testa pesa.
Il collo si piega.
Le labbra si schiudono.
Sete.
Tra labbra spaccate.
Sete.
Il naso fa entrare l'umido.
Dalla bocca sale il caldo del corpo.

martedì 8 aprile 2008

impotente



Quando passo davanti a un pesco di fiori non posso fare a meno di fermarmi e di guardarlo fissamente, finché sento che io stessa divento un pezzo di quel ramo.
Fin quando so che un fiore rosa sta diventando, lentamente, l'incarnato delle gote e gli stami sono la ruota delle mie iridi.
Lascio che il mio respiro diventi profumo e aspiro con il naso, con la bocca, aspiro con i pori di tutta la pelle.
E trasudo l'umore del pesco.
Resto con le dita aperte e con le braccia dure come il legno.
Non so, se quando dipingete fiori, diventate voi stessi fiori; se i vostri occhi si trasformano in petali o in gambi, se la rugiada cola sul vostro viso, non come lacrime, ma come brina vera; io vi assicuro che, se scrivo del mare, divento io stessa risacca e si trasformano i miei capelli ed i miei piedi in coralli lividi d'apnea.
Forse pensate che io stia ammattendo, ma vi assicuro che è così.
È così.
Sento che ciò che vedo mi rende diversa; sento di non poter guadare la danza della farfalla bianca senza avvertire che dalla mia schiena con forza quelle ali, da lame sottili, tagliano per uscire, squarciano tra pelle e ossa, ledono tendini e, miracolosamente, non senza dolore, spuntano.
E s'aprono.
E sbattono come ventagli indiani.
Divento il battito delle ali e da crisalide farfalla.
Il palpitare del mio petto s'amplifica con l'andare per fiori e fiori della farfalla bianca.
Io stessa m'agito a rincorrere altre farfalle capovolte, a farle rotolare spingendole nell'aria.
Ed devo scriverlo, devo appuntarlo sulla carta come un ricamo.
Fino a volere incidere con graffi d'eccitazione il foglio.
Non so se chi schiaccia formiche nere sui pentagrammi, che muteranno in musica, sente questa mia stessa smania d'inquietudine.
Non so davvero cosa mi piglia, ma se solo mi stendo sotto l'ulivo, lì, dove i rami toccano la terra e mostrano i frutti neri, quei frutti diventano le punte dei miei seni; quei frutti sono le unghie ed i polpastrelli della mia mano.
Devo accostarli alle labbra.
Farli scorrere sul bordo della bocca e strofinarli per giocarci.
Devo prendere il frutto ovale con la lingua.
Devo leccare le olive oleose.
Voglio avere il duro tra i denti, fino al punto di sentire tutto l'acre, che mi scorre dentro.
E l'uccello che salta, io davvero non so se non sono i miei occhi, che vanno in su ed in giù come animale intriso d'animo.
Io non so, se quando mi fermo ad osservare la foglia di fico che spunta dal ramo di alluminio, che non so staccarne lo sguardo, non so perché, ma mi pare il palmo della mia mano con le linee della vita, i monti, le stelle.
E le croci.
E le rughe.
Il fico che si spacca in stille di zucchero lucente è l'inguine schiuso al sole.
Ne sento l'odore dolce del tutto simile al mio.
La grossa infiorescenza profuma.
È un richiamo irresistibile per le narici. Sa di frutta matura: è odore delle foglie morbide e pelose, è essenza di lattice; ha sentore dei rami secchi bruciati, del frutto essiccato, di mandarino e lauro e noci.
Avverto la nota liquorosa.
Ogni cosa attira i miei occhi ed in ogni cosa io mi muto.
E dei gelsi neri ho il succo scarlatto a macchiare di sangue e tatuaggio la pelle.
E le punte intrise delle dita sono coccinelle che prendono il volo.
Dei miei capelli è il rosso delle rose e le spine, si, le spine... le spine sono il groviglio delle mie vene irrorate di linfa.
E le carrube pendule?
Ah, quelle brune carrube d'ebano sono certo le dita che arpeggiano le corde dell'aria.
Ne sento il tintinnare.
E non sono forse conchiglie le mie orecchie?
Non vi paiono davvero simili? Direi gemelle fatte per udire il suono del mare e del vento.
Sono nacchere di gitane, uguali e complementari.
E se questo mio discorso può apparvi strano, io vi assicuro che così in me riecheggia ogni spicchio di natura.
Come una spugna gocciolante intrisa di cielo, la felicità mi entra dalla bocca fino a quando l'eccitazione mi toglie il fiato e il pianto mi cola dagli occhi.

domenica 9 marzo 2008

La storia di Rossella e dei quattordici schiaffi



Dei più remoti che aveva avuto da bambina, non ne aveva più ricordo. Ma da quando sua madre le diede quello che prese per essere uscita con Andrea, cominciò -e credetemi non so il perché- a contarli.
“E uno!”. Si disse Rossella e si chiuse nella sua stanza, sbattendo la porta.
Passarono un paio di mesi e ricevette il secondo: “e due!”; contò Rossella. Questo secondo, però bruciava molto di più del primo e lo ricevette proprio da Andrea quando cominciava a piacere anche a sua madre, ma difficilmente i gusti tra madre e figlia coincidono, anche se ci sono sempre le eccezioni.
Ed infatti fu allora che Rossella pensò che Mario non le avrebbe mai dato uno schiaffo. Ma si sbagliava: in capo ad altri due mesi, proprio Mario - ex compagno di sua madre - le diede il terzo.
Fu quando Rossella, per farsi una doccia, dimenticò, sul comodino di Mario, il cellulare zeppo di messaggini di Elio. “E tre!”. Contò Rossella e, rivestendosi. uscì dalla casa di Mario per dirigersi da Elio, mentre Mario sbraitava qualcosa che terminava con...di tua madre.
Elio era il suo datore di lavoro e Rossella di solito lo chiamava il dottor Rinaldi.
Il dottor Rinaldi, affermato dentista, aveva uno studio in via Condotti.
Da circa quindici giorni, Rossella aveva iniziato a lavorare per lui e subito il dottor Rinaldi l'aveva riempita di attenzioni.
Elio Rinaldi era quello che solitamente si definisce un buon partito ed era anche un bell'uomo intraprendente.
Aveva uno di quei sorrisi tipici da dentista: un sorriso aperto, convincente e bianchissimo.
Sembrava la pubblicità ambulante di un dentifricio.
Rossella, però, pur non gradendo le sue attenzioni, non poteva cancellare i suoi messaggi dal cellulare.
È che – credetemi- li trovava divertenti.
Ed infatti lo erano; peccato che Mario non avesse un buon senso dell'umorismo, altrimenti ne avrebbe sorriso anche lui e probabilmente non le avrebbe dato quello schiaffo.
No, ma pensateci, come si fa a non divertirsi leggendo: “Sul tuo cellulale abbiamo lilevato un vilus inteldentale cinese ad alto lischio. Se non sollidelai pensandomi, il cellulale non ti squillelà mai più.”?
Rossella andava da Elio, anche perché era l'ora di aprire lo studio.
Certo non si sarebbe mai aspettata d'incontrare la persona che incontrò.
Beh, non che fosse proprio un incontro, per essere più precisa dovrei descriverlo come uno scontro, perché di questo si trattò.
Infatti la prima paziente – certo credo che dovrò cercare un sinonimo- giunse poco dopo allo studio, ma il dottor Rinaldi, ancora non si vedeva.
La paziente, una vecchina con un golfino rosa, si spazientì subito e cominciò a sbraitare contro Rossella, la quale commise l'imprudenza di avvicinarsi troppo e così si beccò l'inaspettato quarto schiaffo.
“E quattro!” disse fra sé, Rossella, ma ne dovette contare altri tre prima che arrivasse il dottor Rinaldi per ripristinare l'ordine e la calma. La vecchina con il golfino rosa divenne tutta un sorriso-dentiera alla vista del dottorino ed insieme –sottobraccio– entrarono nell'ambulatorio.
A Rossella non restò che dirsi: “e sette!”.
Fu a quel punto che nella sua testa balenò un motto: “dente per dente!”. Forse l'influenzò il fatto di trovarsi in uno studio dentistico, forse fu per puro caso che iniziò a riflettere sul fatto di avere sviluppato una gran faccia da schiaffi, certo è, che -vi assicuro- Rossella cominciò a tramare vendetta.
Tramava così bene che appena la vecchina con il golfino rosa ed il sorriso-dentiera uscì dall'ambulatorio, Rossella le mollò subito tre schiaffetti (in verità poco più che buffetti), che comunque alla malcapitata dovettero sembrare un vero e proprio attentato.
“E tre!” urlò con un super sorriso Rossella, mentre la vecchina si rifugiava tra le braccia del dottor Rinaldi.
Poi Rossella si diede alla fuga – mi sono sempre chiesta perché si dica così, mah, comunque-.
Percorse tutta la strada a ritroso e tornò da Mario.
Non potete immaginare la sua gioia quando a casa di Mario trovò anche sua madre.
Prese a sberle i due piccioni con una mano.
“E quattro! E cinque! E sei!” urlava, ma prima di dare il settimo si ricordò di Andrea.
Il primo amore -è proprio vero- non si scorda mai e allora uscì da quella casa-alcova e si diresse speditamente verso l'abitazione di Andrea.
Il fato volle che Andrea si trovasse altrove.
(Questo serve a me ad avere più tempo per trovare un finale decente!).
E così Rossella cercò altrove ed anche in altri posti vicini e lontani, conosciuti e sconosciuti, ma di Andrea non v'era traccia.
Non c'era nemmeno un indizio e -pensate- il cellulare le diceva che: “l'utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile...”.
Questa cosa faceva andare in bestia Rossella e più di ogni altra cosa le prudevano le mani.
Una bestia con le mani che prudono -si sa- può diventare anche molto pericolosa e Rossella forse lo era o avrebbe potuto esserlo, senonché...Rossella vide Andrea.
Andrea era di spalle, ma Rossella era certa che fosse lui.
Andrea nascondeva un fascio di fiori dietro la schiena e quindi era ben visibile da Rossella.
E, infine, Andrea era sotto casa di Rossella.
In quel preciso momento a Rossella venne in mente il motivo dello schiaffo preso da Andrea.
Il motivo –so che voi vorreste saperlo almeno quanto vorrei saperlo io- non era certo un futile motivo, ma era sicuramente un motivo molto importante.
Tanto da fare ammettere alla stessa Rossella di aver avuto torto marcio -anche di questo aggettivo mi sono sempre chiesta il perché-.
Lei rivide davanti ai suoi occhi tutta la scena, ma ahimè senza audio e accettò d'aver avuto torto.
Fu in quel momento che decise di avvicinarsi alle spalle di Andrea, per fargli uno scherzetto.
Ma Andrea, che aveva sempre avuto i riflessi pronti, sentì una sospetta presenza alle sue spalle e si voltò di scatto, mollando a Rossella un sonoro ceffone.
Rossella fece un rapido calcolo ed esclamò in cuor suo: “e quattordici!”.
Poi siccome si sa che quando le donne sono felici piangono, Rossella si mise a singhiozzare e Andrea, avendola riconosciuta, si profuse in un mare di scuse e le offrì i suoi fiori.
In quel preciso istante i loro sguardi s'incrociarono - e successe quel che doveva succedere, cioè, va bé, i due si baciarono- e vissero per sempre felici e contenti!

mercoledì 14 novembre 2007

Vuoi che ti accompagni a casa?




Una bambina senza ombra era stata vista di notte, nel parcheggio della baia di Trentova. Biagio non era solo, la donna accanto a lui era una sposata; erano andati lì per appartarsi un po’: era l’abboccamento di una notte d’agosto tra sconosciuti, incontrati per caso in un bar. Lei aveva ancora la gonna spiegazzata da tirare giù e lui si abbottonava la patta dei calzoni e, mentre finivano di fumarsi una sigaretta in macchina, avevano visto chiaramente scomparire la bambina davanti ai loro occhi. Si era dissolta nella luce dei fari appena accesi.

La retromarcia era stata veloce, velocissima ed una nuvola di terra e sabbia aveva ricoperto la macchina che tornava da dove era arrivata, imponendo la chiusura dei finestrini ai viaggiatori.



La radio era accesa e, d’un tratto, una voce aggiornava il notiziario locale sulle ultime novità sul fantasma di Trentova.



Il comunicato parlava di registrazioni notturne e di un pianto.



Biagio non era a conoscenza di quella notizia e, dopo averne atteso la fine con un gesto improvviso, spense la radio.



Parcheggiò la macchina. La donna lo guardava in silenzio.



Lui la fissò per un attimo.



Un flebile sibilo si fece sentire. Veniva dai sedili posteriori: sembrava un sospiro. Uno di quei sospiri che i bambini fanno, quando tirano su col naso, mentre piangono.



Biagio avrebbe voluto girarsi: sentì un tuffo nel sangue.



La donna mise la mano sulla portiera e con un movimento cercò la maniglia e tirò.



Lo scatto non aprì la macchina: la portiera era bloccata.



Lui cercò d’aprire dal suo lato e niente: non si poteva uscire.



Rimise in moto la macchina e cominciò a correre.



Si dirigeva veloce verso la caserma. Giunto all’incrocio, cercò di sterzare, ma la macchina sembrava pilotata e correva ancora più velocemente.



Biagio voleva accostarsi, ma l’auto non rispondeva ai comandi, allora cercò di spegnerla, senza successo.



La macchina correva nella notte e lasciava il centro abitato e imboccando la vecchia strada, salì verso Torchiara.



Una serie di curve era inghiottita dall’auto in corsa.



Biagio accese la radio: aveva le mani appiccicose e sudate.



C’era della musica pop.



Poi ci fu un rumore come un’interferenza, un mormorio…un sussurro…un pianto.



Lui spense la radio, pigiando sui tasti come un forsennato: il pianto continuava ad uscire dalle casse.



La macchina sfrecciava nella notte e superò il cimitero di Prignano, il centro di Sant’Antuono e con una sterzata imboccò la strada verso San Martino.



Biagio allungò una mano verso la donna che gli era seduta accanto.



Lei era fredda, gelata.



Lui cercò di ritrarre la mano, ma lei la bloccò e la trattenne.



Biagio sentiva le sue unghie entrargli nella carne.



Allora la guardò e abbandonando il volante, si girò e si accorse che lei era pallida e aveva i capelli scarmigliati.



Nel viso mancavano le pupille.



La macchina sterzò ancora dirigendosi verso Rocca Cilento.



Le ruote sgommavano in un rumore infernale.



Biagio non respirava più: lei continuava ad artigliargli la mano e il pianto adesso era più “umano” e veniva chiaramente da una presenza alle loro spalle, sui sedili.



Biagio cercò di guardare nello specchietto retrovisore e vide qualcosa di scuro, forse un volto, sì, era il volto della bambina e aveva gli occhi luminosi, rossi.



I freni cominciarono a stridere sull’asfalto e la macchina si bloccò.



Era davanti al cimitero di Rocca Cilento.



La donna aprì lo sportello e scese, poi fece scendere la bambina dal sedile posteriore e la prese in braccio.



Biagio mise in moto la macchina.



La donna e la bambina salivano il viale del cimitero.



Le due portiere erano ancora spalancate; la macchina era già in moto.



La corsa riprese.



Biagio ebbe appena il tempo di vedere il parapetto infrangersi e fu nel burrone.



© 2007 Milena Esposito

















domenica 4 novembre 2007

CAPODANNO NEL CILENTO...CON DELITTO!


A Rocca Cilento (SA)

L'Associazione Culturale "ARTE E PARTE" presenta l'evento:

CAPODANNO NEL CILENTO... CON DELITTO!

"Demoni a Polmerran"

Testi di Milena Esposito

Musiche dal vivo di Gian Luca Nigro

Cambiamento Connotati - Aperitivo - Spettacolo Interattivo - Cenone di Fine Anno - Musica dal vivo - 2 Pernottamenti con trattamento B&B

Costo dell'intero pacchetto:

295,00 euro a persona

580,00 euro a coppia (290.00 € a pers.)

1.140,00 euro per gruppi di quattro persone (285.00 € a pers.)

1.680,00 euro per gruppi di sei persone (280.00 € a pers.)

2.200,00 euro per gruppi di otto persone (275.00 € a pers.)

2.700,00 euro per gruppi di dieci persone (270.00 € a pers.)

3.180,00 euro per gruppi di dodici persone (265.00 € a pers.)

3.900,00 euro per gruppi di quindici persone (260.00 € a pers.)

  • La partecipazione è consentita ai soci con tessera "Arte e Parte": la tessera può essere acquistata direttamente al momento della prenotazione al costo di 5,00 euro ed ha validità annuale dall'acquisto.
  • Possono partecipare solo i soci con più di 15 anni d'età.
  • Per i soci già in possesso della tessera "Arte e Parte" è previsto uno sconto del 10% sul prezzo a persona.

Prenotazione obbligatoria entro il 21 novembre 2007

Tel. 0974 823315 - 3891119808

arteparte@hotmail.it

http://arteparte.blog.tiscali.it/

PROGRAMMA:

Lunedì, 31 Dicembre:

dalle 16:00 alle 17:00

arrivo al b&b

dalle 16:30

Cambiamento Connotati: trucco, parrucche o acconciature e accessori

alle 19:00

aperitivo

dalle 21:00 alle 23:00
spettacolo interattivo, cena e pausa per scrivere il rapporto finale

dalle 23:00 alle 23:30
epilogo e premiazioni

dalle 23:30 in poi

festeggiamenti aspettando il Nuovo Anno presso li b&b e pernottamento

Martedì, 1 Gennaio:

prima colazione, soggiorno libero, pernottamento e prima colazione

Posti limitati. Vi consigliamo di prenotare quanto prima


Per maggiori informazioni:

E' il capodanno del 1929, che coincide con il compleanno di Molly Richard.

Sulla costa occidentale della Cornovaglia, a Polmerran, cinque persone erano nella villa invernale di Sir Arthur Clode; oltre a lui, infatti, c'erano: Molly Richard, Gladys Clement, Lawrence West, Griselda Larimer ed Estelle Hill.

Quella sera è avvenuta una cosa inverosimile: Molly Richard è morta avvelenata. Alcune foglie di digitale sono state raccolte insieme alla salvia e, durante la cena, è stato servito del salmone farcito con quelle erbe. Tutti si sono sentiti male, ma la signorina Molly Richard è addirittura morta.

Avvelenamento da digitale!


Sarete i protagonisti in giallo del caso presentato, sarete voi i presunti efferati assassini o starà al vostro intuito di detective interrogare i sospettati, analizzare gli indizi, formulare le accuse e risolvere il caso!

NON PERDETE LA TESTA!


Per una serata all'insegna del giallo, vestite i panni dell'investigatore o del sospettato con parrucche, cappelli, trucco e accessori: "a cambiarvi i connotati ci penseremo noi!": Marika, parrucchiera e truccatrice esperta, si occuperà della vostra testa.

Il testo è ambientato alla fine degli anni '20. Consigliamo, ma non è obbligatorio, di vestire in modo da ricordare l'abbigliamento di quel periodo.

Basta poco: magari un abito elegante, bretelle, guanti, bocchino, scialle piumato o papillon...ma alla vostra testa penseremo noi e con l'aiuto di Marika vi "acconceremo per la festa!".

È necessario prenotare entro il 21 Novembre 2007.

domenica 28 ottobre 2007

La neve.


Laura parla. In un lampo davanti ai miei occhi, si apre il grigio di una pagina di giornale. Il fragore del foglio stropicciato si struscia, sembra vento: quella foto che non vuole uscire dai miei occhi ed il rincorrersi muto delle parole stampigliate sono un’eco dentro di me.

Vengono da lontano.

Bianco e nero. Eco. Si stendono le parole sulla carta, che squittisce sotto le mani.

La vita porta via i colori…il bianco e il nero restano e assordano in silenzio.

Lei racconta. Siamo quasi al buio e restiamo sedute per terra, avverto il freddo sotto il culo nei calzoni. Ascolto. Sono state le sue prime parole a riaprire quel giornale che ora svolazza sopra le teste. Dentro la mia, lo sento sbattere come si fa per spaventare i cuccioli di cane che hanno pisciato ovunque.

“A Napoli nell’’80, c’era la neve.”

Se solo Laura sapesse cosa sto pensando.

“Avevo cinque anni e non avevo mai visto la neve!”

Un brivido mi scuote la schiena e la pelle s’inturgidisce sul mio petto.

Ma Laura non lo può sapere…aveva cinque anni e c’era la neve.

La neve copre i colori.

Laura cambia il tono della voce: ora ha davvero cinque anni.

“Non avevo mai visto una cosa così bella: la neve! Era soffice e bianca era tanta e potevo giocare.”

La vedo correre sul mantello d’ovatta e ruzzolare e correre e giocare e strillare.

La vedi? Ascoltala.

Aveva ricoperto ogni cosa. La neve. Cominciai a fare palle di neve e poi ancora e ancora fin quando mi resi conto che si sarebbero sciolte tutte. Allora le mie mani si misero a fare una palla molto più bella delle altre: una palla rotonda come il mondo, una palla magica come le bolle di sapone. Una palla bianca e soffice, che potevo tenere per sempre. Per sempre. Per sempre.”

L’espressione del suo volto cambia: si allarga un sorriso obliquo e gli occhi sembrano spilli.

Mi sembrò la scoperta più grande del mondo e mi trascinai una sedia fino al frigorifero e mi arrampicai per aprire il freezer: la mia palla era al sicuro adesso.”

Sento la porta del freezer che sbatte…e bum!

Tra le pause del suo parlare riascolto il metallo della voce che mi feriva dalla televisione, rivedo la neve…Pertini, le cosce dei morti che sbucano dalle coperte e non so se le immagini fossero in bianco e nero o a colori: c’era la neve. Sopra ogni cosa. Sopra i container e sulle baracche e sulle case spaccate. E c’era una tenda di una cucina che rimaneva appesa al balcone, ma non c’era più la cucina e non c’era più la casa e non c’era…c’era la neve.

I fiori sopra quel balcone sono appassiti e bruciati dal gelo: è la foto, la foto senza i colori dei fiori, la foto in bianco e nero sbiadita tra il piombo del giornale e le mie dita macchiate di nero, le mie dita bianche.

Laura continua il suo racconto. Alle sue spalle c’è una lampada rotonda come una palla di neve. La luce viene dal basso ed è calda, pare una stufa alogena.

Vorrei allungare le mie braccia per sentire il caldo sul nudo delle mani, ma resto ferma nelle sue parole.

Le dice di un fiato. Poi resta in silenzio. Risento la neve.

Il silenzio della neve è diverso…

La luce che vedo è quella di un neon. Un uomo apre il freezer. Plok! Prende la palla di neve e la fa scongelare sul lavello d’acciaio.

Gocciola.

Davanti agli occhi di Laura, la palla diventa acqua, diventa nulla.

“Ne ho sofferto tanto.”

Laura termina il suo racconto: “Quell’uomo era mio padre!”

“Papà!...la neve non c’è più…papà…”

Gocciola.

Me la ricordo quella neve: era sporca di sangue, era la tomba dei morti sepolti, dei morti sepolti sotto la neve, sotto le macerie delle case.

Di quei morti che appestavano le strade squassate dal terremoto.

La neve era sporca…

La neve ha ucciso uomini e uomini e donne e corpi mutilati e informi e bambini nelle culle e nelle braccia prive di vita delle mamme e dei papà, la neve ne ha uccisi più del terremoto.

Vorrei poterlo dire a Laura e forse la consolerebbe un po’…ma non si possono asciugare le lacrime quando sono di neve.

martedì 9 ottobre 2007

un guanto


Un guanto precipitò da una mano desiderata
a toccare il pavimento del mondo in una pista affollata.
Un gentiluomo, un infedele lo seguì con lo sguardo.
E stava quasi per raggiungerlo, ma già troppo in ritardo,
e stava quasi per raggiungerlo, ma troppo in ritardo.
Era scomparsa quella mano e tutta la compagnia
e chissà se era mai esistita.
Era scomparsa quella mano e restava la nostalgia
e il guanto e la sua padrona scivolavano via
e il guanto e la sua padrona pattinavano via.
Sotto un albero senza fiori si struggeva l'amore amato.
Il guanto era a pochi passi, irraggiungibile e consumato.
In quella grande tempesta d'erba, non era estate, nè primavera.
E non sembrava nemmeno autunno però l'inverno non esisteva.
E non sembrava nemmeno autunno perchè l'inverno non esisteva.
Quando un uomo da una piccola barca con un mezzo marinaio
vide qualcosa biancheggiare.
Un uomo da una piccola barca, sporgendosi sul mare:
era il guanto che rischiava di annegare,
era il guanto che rischiava di affondare.
Fu un trionfo di conghiglie, un omaggio di fiori
per il guanto restituito alla banalità dei cuori,
ad una spiaggia senza sabbia, a una passione intravista
ad una gabbia senza chiave, ad una stanza senza vista,
ad una gabbia senza chiave, ad una vita senza vista.
E intanto milioni di rose rifluivano sul bagnasciuga.
E chissà se si può capire.
Che milioni di rose non profumano mica
se non sono i tuoi fiori a fiorire,
se i tuoi occhi non mi fanno più dormire.


Era la notte di quel brutto giorno, i guanti erano sconfinati,
come l'incubo di un assassino o i desideri dei condannati.
Dietro al guanto maggiore la luna era crescente
e piccoli guanti risalivano la corrente
e piccoli guanti risalivano la corrente.
Fino al Capo dei sogni e alla riva
del letto dell'innocente che dormiva.
Un mostro sconosciuto osservava non osservato
sopra a un tavolo il guanto incriminato
sopra al tavolo un guanto immacolato.


E il guanto fu rapito in una notte d'inchiostro
da quel mistero chiamato amore
da quell'amore che sembrava un mostro.
Inutilmente due nude mani si protesero a trattenerlo.
Il guanto era già nascosto dove nessuno può più vederlo,
il guanto era già lontano quanto nessuno può più saperlo.
Oltre la pista di pattinaggio e le passioni al dì di festa
e le onde di tutti i mari.
E il trionfo nella tempesta e le rose nella schiuma.
Il guanto era volato più alto della luna.
Il guanto era volato più leggero di una piuma.


Oltre il luogo e all'azione e al tempo consentito,
e all'amore e le sue pene.
Il guanto si era già posato in quel quadro infinito
dove Psiche e Cupido governano insieme
dove Psiche e Cupido sorridono insieme.

venerdì 5 ottobre 2007

Corbezzola



Corbezzola

La prima impressione che si ha di Corbezzola è quella di una tavolozza di un pittore. Ma una tavolozza servita per dipingere un quadro d’autunno e quindi sporca di giallo, di arancione e di verde marcio o di salvia e di ocra e di dorato e di rosso.

La prima volta ci arrivai che pioveva. La pioggia rendeva tutto diverso.

Il rosso e il giallo erano liquidi. La città appariva sospesa su una coppa d’acqua e lì si rifletteva.

Ogni cosa era il suo doppio e le case a grappoli si potevano rimirare nel bagliore della pozza mai ferma per il cadere delle gocce.

Il ticchettio rendeva tutto allegro e dalle case i più piccoli uscivano utilizzando grandi passerelle a forma di lanceolate foglie.

Tutti i bambini portavano lunghe tuniche a corolla gonfie come palloncini. Scendendo si macchiavano gli abiti vaporosi e bianchi, ricchi di balze e di pizzi.

Sugli usci delle case le mamme restavano a guardare.

Loro erano abbottonate in abiti simili a quelli dei figli, ma di una tinta crema ed avevano il viso rosso e paffuto.

Le mamme di Corbezzola erano famose nel Cilento per l’indulgenza e la dolcezza.

Le case, vi dicevo, erano appese al verde e avevano per malta quel colore rosso-arancio delle tonache dei monaci buddisti.

Gli intonaci erano grezzi e spessi, a grana doppia.

Tutta la città di Corbezzola ricopriva un territorio enorme, tanto da poterla definire la capitale del Cilento.

S’inerpicava per colline e precipitava in burroni. Arrivava giù fino al fiume Solofrone, confinava con Cicerale e Giungano, costeggiava Finocchio, Ogliastro, Eredita.

La città era sorvolata da grandi foglie, in realtà, direi che Corbezzola era immersa in un bosco.

Si arrivava percorrendo solo grandi strade in salita o risalendo il fiume.

In quel giorno di pioggia lo spettacolo era inusuale.

I bambini, dicevo, scendevano verso l’acqua e lì si rimiravano dalle barche a forma di foglie.

La cosa era che per ogni immagine di bimbo corrispondeva una cosa diversa dal sé.

Questo, certo, può apparire ben strano, ma in realtà era davvero attraente.

Le mamme dall’alto delle loro case, chi alla porta, chi affacciata alla finestra o al balcone, seguivano con attenzione l’immagine riflessa dei propri figli.

Se il bimbo era magro appariva, sì, magro, ma diverso, se era alto poteva restar alto o diventarlo ancora di più, ma comunque quella immagine ne rendeva storti il viso o gli occhi, o il sorriso.

Poi nel riflesso cambiavano le tinte di quei piccoli personaggi, i colori dei capelli o l’iride degli occhi o l’incarnato della pelle.

Una cosa era certa: ai piccoli, quella metamorfosi piaceva.

Voglio essere proprio così. Ripetevano l’un l’altro.

Mi piace questa faccia qui! Urlavano dal basso alle mamme e le mamme sorridevano.

Per guardarsi meglio si sporgevano sul pelo dell’acqua e avvicinavano il viso il più possibile.

Dall’alto le mamme chiacchieravano tra loro beatamente.

Poi, d’improvviso, la pioggia finì.

Le nubi furono spazzate via e…l’arcobaleno fece la sua comparsa.

Allora davvero a Corbezzola si fece festa!

Prima che l’acqua s’asciugasse, ogni bimbo rubò al proprio riflesso la nuova immagine di sè e dalle case le mamme scesero a dorso dell’arcobaleno, ruzzolando con le gambe all’aria e col viso ancora più rosso. Tutti gli uomini tornarono dal bosco portando selvaggina o funghi o fiori.

Ogni casa gialla diventò rossa e le rosse marroni e le marroni caddero dall’alto provocando gran tonfi e gran risate e tutti insieme si misero a pigiar quelle palle brune e ne ricavarono un vino profumato e forte e brindarono, brindarono fino alla notte.

In realtà siccome con la pioggia la città aveva nell’acqua il suo duplicato, le case che s’erano trasformate in vino, non so bene, se proprio per effetto del veder doppio che il vino dà, erano ancora lì, penzolanti nel buio con le luci accese e le porte aperte.

Gli uomini, le donne, i bambini, cantando, risalivano lenti utilizzando le grandi strade.

E le mamme ed i papà portavano a casa i bambini diversi, ma non più trasformati da come lo sono i nostri quando crescono.

giovedì 27 settembre 2007

LUNA E GNAC ITALO CALVINO


Dal romanzo "Marcovaldo" di Italo Calvino.
Voglio tenerlo sul mio blog come fiori in un vaso.


La notte durava venti secondi, e venti secondi il GNAC. Per venti secondi si vedeva il cielo azzurro variegato di nuvole nere, la falce della Luna crescente dorata, sottolineata da un impalpabile alone, e poi le stelle che più le si guardava più infittivano la loro pungente piccolezza, fino allo spolverio della Via Lattea, tutto questo scritto in fretta in fretta, ogni particolare su cui ci si fermava era qualcosa dell’insieme che si perdeva, perché i venti secondi finivano subito e cominciava il GNAC.
Il GNAC era una parte della scritta pubblicitaria SPAAK-COGNAC sul tetto di fronte, che stava venti secondi accesa e venti spenta, e quando era accesa non si vedeva nient’altro. La Luna improvvisamente sbiadiva e il cielo diventava uniformemente nero e piatto, le stelle perdevano il brillio, e i gatti e le gatte che da dieci secondi lanciavano gnaulii d’amore muovendosi languidi uno incontro all’altro lungo le grondaie e le cimase, ora, col GNAC, s’acquattavano sulle tegole a pelo ritto, nella fosforescente luce al neon.
Affacciata alla mansarda in cui abitava, la famiglia di Marcovaldo era attraversata da opposte correnti di pensieri. C’era la notte e Isolina, che ormai era una ragazza grande, si sentiva trasportata per il chiar di Luna, il cuore le si struggeva, e fino il più smorzato gracchiar di radio dai piani inferiori dello stabile le arrivava come i rintocchi di una serenata; c’era il GNAC e quella radio pareva pigliare un altro ritmo, un
ritmo jazz, e Isolina pensava ai dancing tutti luci e lei poverina lassù sola.
Pietruccio e Michelino sgranavano gli occhi nella notte e si lasciavano invadere da una calda e soffice paura d’esser circondati di foreste piene di briganti; poi, il GNAC! e scattavano coi pollici e gli indici tesi, l’uno contro l’altro: – Alto le mani! Sono Nembo Kid! – Domitilla, la madre, a ogni spegnersi della notte pensava: “Ora i ragazzi bisogna ritirarli, quest’aria può far male. E Isolina affacciata a quest’ora è una cosa che non va!” Ma tutto poi era di nuovo luminoso, elettrico, fuori come dentro, e Domitilla si sentiva come in visita in una casa di riguardo.
Fiordaligi, invece, giovinotto malinconico, vedeva ogni volta che si spegneva il GNAC apparire dentro la voluta del “gi” la finestra appena illuminata d’un abbaino, e dietro il vetro un viso di ragazza color di Luna, color di neon, color di luce nella notte, una bocca ancor quasi da bambina che appena lui le sorrideva si schiudeva impercettibilmente e già pareva aprirsi in un sorriso, quando tutt’un tratto dal buio risaettava fuori quello spietato “gi” del GNAC e il viso perdeva i contorni, si trasformava in una fiocca ombra chiara, e della bocca bambina non si sapeva più se aveva risposto al suo sorriso.In mezzo a questa tempesta di passioni, Marcovaldo cercava d’insegnare ai figlioli la posizione dei corpi celesti.
– Quello è il Gran Carro, uno due tre quattro e lì il timone, quello è il Piccolo Carro, e la Stella Polare segna il Nord.
– E quell’altra, cosa segna?
– Quella segna “ci”. Ma non c’entra con le stelle. È l’ultima lettera della parola COGNAC. Le stelle invece segnano i punti cardinali. Nord Sud Est Ovest. La Luna ha la gobba a ovest. Gobba a ponente, Luna crescente. Gobba a levante, Luna calante.
– Papà, allora il cognac è calante? La ci ha la gobba a levante!
– Non c’entra, crescente o calante: è una scritta messa lì dalla Spaak.
– E la Luna che ditta l’ha messa?
– La Luna non l’ha messa una ditta. È un satellite, e c’è sempre.
– Se c’è sempre, perché cambia di gobba?
– Sono i quarti. Se ne vede solo un pezzo.
– Anche di COGNAC se ne vede solo un pezzo.
– Perché c’è il tetto del palazzo Pierbernardi che è più alto.
– Più alto della Luna?
E così, ad ogni accendersi del GNAC, gli astri di Marcovaldo andavano a confondersi coi commerci terrestri, ed Isolina trasformava un sospiro nell’ansimare d’un mambo canticchiato, e la ragazza dell’abbaino scompariva in quell’anello abbagliante e freddo, nascondendo la sua risposta al bacio che Fiordaligi aveva finalmente avuto il coraggio di mandarle sulla punta delle dita, e Filippetto e Michelino coi pugni davanti al viso giocavano al mitragliamento aereo, – Ta- ta- ta- tà… – contro la scritta luminosa, che dopo i venti secondi si spegneva.
– Ta-ta-tà... Hai visto, papà, che l’ho spenta con una sola raffica ? – disse Filippetto, ma già, fuori della luce al neon, il suo fanatismo guerriero era svanito e gli occhi gli si riempivano di sonno.
– Magari ! – scappò detto al padre, – andasse in pezzi! Vi farei vedere il Leone, i Gemelli… – Il Leone! – Michelino fu preso d’entusiasmo. – Aspetta! – Gli era venuta un’idea. Prese la fionda, la caricò del ghiaino di cui sempre aveva in tasca una riserva, e tirò una sventagliata di sassolini con tutte le forze contro il “GNAC”.
Si sentì la gragnuola cadere sparpagliata sulle tegole del tetto di fronte, sulle lamiere della gronda, il tintinnio dei vetri d’una finestra colpita, il gong d’un sassolino picchiato giù sulla scodella d’un fanale, una voce in strada. Ma la scritta luminosa proprio sul momento del tiro s’era spenta per la fine dei suoi venti secondi.E tutti nella mansarda presero mentalmente a contare: uno due tre, dieci undici, fino a venti. Contarono diciannove, tirarono il respiro, contarono venti, contarono ventuno ventidue nel timore d’aver contato troppo in fretta, ma no, nulla, “GNAC” non si riaccendeva, restava un nero ghirigoro male decifrabile intrecciato al suo castello di sostegno come la vite alla pergola.
– Aaah! – gridarono tutti e la cappa del cielo s’alzò infinitamente stellata su di loro.
Marcovaldo, interrotto a mano alzata nello scapaccione che voleva dare a Michelino, si sentì come proiettato nello spazio. Il buio che ora regnava all’altezza dei tetti faceva come una barriera oscura che escludeva laggiù il mondo dove continuavano a vorticare geroglifici gialli, verdi e rossi, e ammiccanti occhi di semafori, e il luminoso navigare dei tram vuoti, e le auto invisibili che spingono davanti a sé il cono di luce dei fanali. Da questo mondo non saliva lassù che una diffusa fosforescenza, vaga come un fumo. E ad alzare lo sguardo non più abbarbagliato, s’apriva la prospettiva degli spazi, le costellazioni si dilatavano in profondità, il firmamento ruotava per ogni dove , sfera che contiene tutto e non la contiene nessun limite, e solo uno sfittare della sua trama, come una breccia, apriva verso Venere , per farla risaltare sola sopra la cornice della terra, con la sua ferma trafittura di luce esplosa e concentrata in un punto. Sospesa in questo cielo, la Luna nuova anziché ostentare l’astratta apparenza di mezzaLuna rivelava la sua natura di sfera opaca illuminata intorno dagli sbiechi raggi d’un sole perduto dalla terra, ma che pur conserva – come può vedersi solo in certe notti di prima estate – il suo caldo colore.
E Marcovaldo a guardare quella stretta riva di Luna tagliata là tra ombra e luce, provava una nostalgia come di raggiungere una spiaggia rimasta miracolosamente soleggiata nella notte. Così restavano affacciati alla mansarda, i bambini spaventati dalle smisurate conseguenze del loro gesto, Isolina rapita come in estasi, Fiordaligi che unico tra tutti scorgeva il fioco abbaino illuminato e finalmente il sorriso Lunare della ragazza. La mamma si riscosse: – Su, su, è notte, cosa fate affaticati? Vi prenderete un malanno, sotto questo chiaro di Luna! Michelino puntò la fionda in alto. – E io spengo la Luna! – Fu acciuffato e messo a letto.
Così per il resto di quella e per tutta la notte dopo, la scritta luminosa sul tetto di fronte diceva solo “SPAAK-CO” e della mansarda di Marcovaldo si vedeva il firmamento. Fiordaligi e la ragazza Lunare si mandavano baci sulle dita, e forse parlandosi alla muta sarebbero riusciti a fissare un appuntamento.
Ma la mattina del secondo giorno, sul tetto, tra i castelli della scritta luminosa si stagliavano esili esili le figure di due elettricisti in tuta, che verificarono i tubi e i fili. Con l’aria dei vecchi che prevedono il tempo che farà, Marcovaldo mise il naso fuori e disse:
– Stanotte sarà di nuovo una notte di “GNAC”.
Qualcuno bussava alla mansarda. Aprirono. Era un signore con gli occhiali. – Scusino,
potrei dare un’occhiata dalla loro finestra? Grazie, – e si presentò:
– Dottor Godifredo, agente di pubblicità
luminosa.
“Siamo rovinati! Ci vogliono far pagare i danni!” pensò Marcovaldo e già si mangiava i figli con gli occhi, dimentico dei suoi rapimenti astronomici. “Ora guarda alla finestra e capisce che i sassi non possono essere stati tirati che di qua”. Tentò di mettere le mani avanti: – Sa, son ragazzi, tirano così, ai passeri, pietruzze non so come mai è andata a guastarsi quella scritta della Spaak. Ma li ho castigati, eh, se li ho castigati! E può star sicuro che non si ripeterà più.
Il dottor Godifredo fece una faccia attenta.
– Veramente io lavoro per la “Cognac Tomawak”, non per la “Spaak”. Ero venuto per studiare la possibilità di una rèclame luminosa su questo tetto. Ma mi dica, mi dica lo stesso, m’interessa.
Fu così che Marcovaldo, mezz’ora dopo, concludeva un contratto con la “Cognac Tomawak”, la principale concorrente della “Spaak”. I bambini dovevano tirare con la fionda contro il GNAC ogni volta che al scritta veniva riattivata.
– Dovrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso – disse il dottore Godifredo.
Non si sbagliava: già sull’orlo della bancarotta per le forti spese di pubblicità sostenute, la “Spaak” vide i continui guasti alla sua più bella rèclame luminosa come un cattivo auspicio.
La scritta che ora diceva COGAC ora CONAC ora CONC diffondeva tra i creditori l’idea di un dissesto; a un certo punto l’agenzia pubblicitaria si rifiutò di fare altre riparazioni se non le venivano pagati gli arretrati; la scritta spenta fece crescere l’allarme tra i creditori; la “Spaak” fallì.
Nel cielo di Marcovaldo la Luna piena tondeggiava in tutto il suo splendore. Era l’ultimo quarto, quando gli elettricisti tornarono a rampare sul tetto di fronte. E quella notte a caratteri di fuoco, caratteri alti e spessi il doppio di prima, si leggeva COGNAC TOMAWAK, COGNAC TOMAWAK, COGNAC TOMAWAK che s’accendeva e si spegneva ogni due secondi. Il più colpito di tutti fu Fiordaligi; l’abbaino della ragazza Lunare era sparito dietro un enorme, impenetrabile “vu” doppia.

lunedì 24 settembre 2007

Baccanaglia




C’è qualcos’altro al mondo di perfetto come un grappolo d’uva?

Se osserva con attenzione, guardando i chicchi di polpa giallo oro o blu violacei, più chiari o più scuri, grandi o piccoli, rotondi o addirittura lunghi, opachi o, più spesso, limpidi come le uova di serpente, chi ebbe la fortuna di vedere Baccanaglia, come me, non può fare a meno di farsela tornare in mente.

Ma dov’era Baccanaglia, città dalla forma di grappolo d’uva?

Orbene, lei era nel Cilento, come tutte le città delle chimere.

Baccanaglia era, infatti, adagiata sulla zona costiera tra Agropoli e Castellabate, e scendeva dal Tresino fino al mare.

Appena si arrivava, subito l’odore d’uva raggiungeva il viandante, che si trovava a percorrere un’unica via tortuosa e cedevole come una serie di ponti sollevati dal terreno.
Viadotti incredibili, assurdi cavalcavia, passerelle insensate, sconclusionate intelaiature d’acrobata si susseguivano, formando un’unica strada contorta e avviticchiata, che s’immetteva in tante altre altrettanto sghembe.
A destra e a manca, sopra e sotto i passaggi, c’era un carosello di sfere: le case, le chiese, le scuole o i negozi, le bettole degli artigiani e poi, numerose, le taverne erano in un rincorrersi di globi e di bocce.
Osterie dai nomi buffi, trattorie olezzanti, locande pulite e ordinate, cantine profumate e bottiglierie nuove o vecchie, impolverate o linde, erano dappertutto.
Il rumore del tintinnare dei bicchieri, delle fiaschette, delle bottiglie e bottigline, delle damigiane e dei fiaschi appena stappati raggiungeva, a volte, dei toni assordanti.
Tra i cincin e i plok esplosivi delle bottiglie di lambiccato, le giornate trascorrevano liete a Baccanaglia.

Tanti erano gli oggetti che, lì, si potevano ottenere a buon mercato e l’acquisto disponeva subito di buon umore.
Brocche di vetro colorato, fiaschette dalle forme balorde, boccali d’ogni dimensione, caraffe di cristallo pregiato o di materiale più grezzo, bricchi in ceramica o in porcellana, bicchieri personalizzati con scritte e con decori in varie tinte e bicchierini e boccali cesellati o lavorati a mano e pinte in argento o in peltro e giare di terraglia e orci d’ogni forma e materiale e colore erano esposti assieme a bacche d’uva e al vino bianco o rosso o rosato o grigio, freddo o di cantina, secco, frizzante o spumeggiante e dolce.

Non c’era persona che si recasse a Baccanaglia senza comprare almeno un grano o un chicco o un qualunque piccolo calice che in qualche modo ne fissasse nella sua mente il dolcissimo ricordo.

Dalla strada principale, allontanandosi dai bazar, si potevano percorrere stradine più piccole, strette e anguste. Queste si diramavano a due o a tre, erano sempre sollevate dal terreno e portavano dritto dritto, nel loro arzigogolare, agli usci o ai portoni; e poi c’erano piazze verdeggianti e morbide, vellutate, larghe e che avevano la forma dei palmi delle mani distese. Lì erano soliti andare i bambini per giocare con delle sfere simili a palloni, ma più trasparenti, avvolte in involucri sottili che talora esplodevano e, subito, tutti i piccoli da ogni dove correvano a leccare e a succhiare il succo dolce che ne fuoriusciva.

C’era anche un altro bel divertimento a Baccanaglia: era lo scivolone!
Appena fuori dal centro abitato, scendendo verso il mare, lo scivolone compariva come un bel groviglio folto di boccoli verdi e cedevoli; sembrava un insieme di riccioli di capelli, morbidi, elastici come molle ed ondeggianti a tal punto che anche un leggero alito di vento era sufficiente a farlo muovere.
Così, i ragazzi più grandi si riunivano lì e facevano vere immersioni nel vuoto; quelli maggiormente spericolati si lanciavano incontro alle onde del mare in tempesta o verso il vento invernale e restavano - ore ed ore - a ciondolarsi nell’aria e ad andare su e giù, attaccati allo scivolone.
Quei tuffi nel vuoto sapevano di volo: me lo ricordo bene.

L’ora più bella a Baccanaglia era, comunque, quella del tramonto: dal mare, il sole basso illuminava l’insieme di sfere.
La luce entrava e faceva sfavillare le case rotonde fatte di lucida polpa e di zuccherati sughi: tutto diventava trasparente come una lampadina accesa ed ogni cosa dentro era visibile fuori, proprio come succede ai sogni prima del risveglio, poi, a mano a mano, la luce del sole si spegneva a mare e come piccole lucine di un presepe, Baccanaglia si accendeva; e gli occhi di chi l’osservava si perdevano in un susseguirsi di mille globi luminosi sorretti da ponti incredibili tra cielo e mare.

In quei globi c’era la vita.

Ogni movimento dentro le case o le chiese o le bettole era visibile. Chi n’aveva voglia, poteva trascorrere le ore a guardare questo o quello: ad osservare l’ombra delle belle donne, le quali, chine, facevano il bagno o la doccia – dritte - inarcando le schiene oppure a guardare le famiglie riunite al tavolo per cenare o tanto altro che non sto qui ad elencare.
Attraverso le pareti sottili, tese, semitrasparenti, a cupola ogni gesto diventava uno spettacolo e forse era per questo, che, lì, non esistevano né cinema né teatro né circo.

La gente di Baccanaglia non aveva pudori ad esibirsi e così gli spettacoli erano, ogni volta, diversi, entusiasmanti o scontati, nuovi o ripetitivi, belli o brutti, d’amore o di violenza, però sempre veri, reali e per questo comunque affascinanti.

Quante cose si potevano osservare le notti a Baccanaglia!

Nel silenzio di quel buio rischiarato da tante lucine, le sfere parevano proprio lanterne sospese nell’oscurità e, in ognuna di loro, le piccole immagini intraviste dentro davano vita a spettacoli sorprendenti.
L’occhio, come in un caleidoscopio, passava, saltando, da un globo all’altro e poteva costruire storie diverse ed affascinanti mettendo insieme le vite di quel popolo senza vergogna.
Non era raro scorgere il corpo della propria amata tra le braccia di un uomo diverso da sé o accorgersi di furti e ruberie nella propria casa o in quell’altrui: a Baccanaglia tutto di notte era visibile e tutto era possibile. E che il tale di giorno paresse così e di notte fosse colì o che la signorina al sole paresse diversa da come era al buio era un dato di fatto che non creava scandali o stupori.


Non era nella sostanza Baccanaglia ad essere diversa dalle altre città, ma lo era all’apparenza.

sabato 22 settembre 2007

Baccanalia


C’è qualcosa di più bello di un grappolo d’uva?

Se osserva con attenzione, guardando i chicchi di polpa giallo oro o blu violacei, più chiari o più scuri, grandi o piccoli, rotondi o addirittura lunghi, opachi o, più spesso, limpidi, come le uova di serpente, chi ebbe la fortuna di vedere Baccanalia, come me, non può fare a meno di farsela tornare in mente.

Ma dov’era Baccanalia, città dalla forma di grappolo d’uva?

Orbene, lei era nel Cilento, come tutte le città delle chimere.

Baccanalia era, infatti, nella zona costiera tra Agropoli e Castellabate, proprio vicino al mare, verso il Tresino.

Appena si arrivava, subito l’odore d’uva raggiungeva il viandante, che si trovava a percorrere un’unica via tortuosa e cedevole come una serie di ponti sollevati dal terreno.
Viadotti incredibili, assurdi cavalcavia, passerelle insensate, sconclusionate intelaiature d’acrobata si susseguivano formando un’unica strada contorta e avviticchiata, che s’immetteva in tante altre altrettanto strambe.
A destra e a manca, sopra e sotto i passaggi, c’era un carosello di sfere: le case, le chiese, le scuole o i negozi, le bettole degli artigiani e poi, numerose, le taverne erano in un rincorrersi di globi e di bocce.
Osterie, trattorie, locande, cantine e bottiglierie erano dappertutto ed il rumore del tintinnare dei bicchieri, delle fiaschette, di bottiglie e bottigline, di damigiane e fiaschi appena stappati raggiungeva a volte dei toni assordanti.
Tra i cincin e i plok dell’esplosioni di bottiglie di lambiccato, le giornate trascorrevano liete a Baccanalia.

Tanti erano gli oggetti che, lì, si potevano ottenere a buon mercato e l’acquisto disponeva subito di buon umore.
Brocche, fiaschette, boccali, caraffe, bricchi, bicchieri e pinte e giare e orci d’ogni forma e materiale e colore erano esposti assieme a bacche d’uva e al vino.
Non c’era persona che si recasse a Baccanalia senza comprare almeno un grano o un chicco o un qualunque piccolo calice che in qualche modo ne fissasse nella sua mente il dolcissimo ricordo.
Dalla strada principale allontanandosi dai bazar, si potevano percorrere stradine più piccole, strette e anguste, che si diramavano a due o a tre e che ugualmente erano sollevate dal terreno e portavano diritte diritte agli usci e ai portoni; e poi c’erano piazze verdeggianti e morbide, vellutate, larghe e che avevano la forma dei palmi delle mani. Lì erano soliti andare i bambini per giocare con delle sfere simili a palloni, ma più trasparenti e piccoli, avvolte in involucri sottili che talvolta esplodevano e, subito, tutti i piccoli correvano a leccare e a succhiare il succo dolce che ne fuoriusciva.

C’era anche un altro bel divertimento a Baccanalia: era lo scivolone!
Appena fuori del centro abitato, lo scivolone era un groviglio di boccoli cedevoli come riccioli di capelli, morbidi, elastici ed ondeggianti a tal punto che anche un leggero alito di vento era sufficiente a farlo muovere.
Così, i ragazzi più grandi si riunivano lì e facevano vere corse nel vuoto; quelli maggiormente spericolati si lanciavano contro le onde del mare in tempesta o contro il vento invernale e restavano ore ed ore a ciondolarsi nel vuoto e ad andare su e giù, attaccati allo scivolone.
Quei tuffi nel vuoto sapevano di volo.

L’ora più bella a Baccanalia era, comunque, quella del tramonto: da ogni parte, il sole basso illuminava l’insieme di sfere.
La luce entrava e faceva sfavillare le case rotonde fatte di lucida polpa e di zuccherati sughi: tutto diventava trasparente come una lampadina accesa ed ogni cosa dentro era visibile fuori, proprio come succede ai sogni prima del risveglio, poi, a mano a mano, la luce del sole si spegneva a mare e come piccole lucine di un presepe, Baccanalia si accendeva; e gli occhi di chi l’osservava si perdevano in un susseguirsi di mille globi luminosi sorretti da ponti incredibili tra cielo e mare.
In quei globi c’era la vita.

Per tutti quelli che sono stati almeno una volta a Baccanalia, ciò che resta nell’animo del suo ricordo è il leggero senso di stordimento e di felicità malinconica, che solo quel luogo perso nel Cilento sapeva donare.

venerdì 21 settembre 2007

Baccanalia


Baccanalia

C’è qualcosa di più perfetto d’un grappolo d’uva?

Se osserva con attenzione, guardando i chicchi di polpa giallo oro o blu violacei, più chiari o più scuri, grandi o piccoli, rotondi o lunghi, opachi o più spesso limpidi, come le uova di serpente, chi ebbe la fortuna di vedere Baccanalia, come me, non può fare a meno di farsela tornare in mente.

Ma dov’era Baccanalia, città dalla forma di grappolo d’uva?

Orbene, lei era nel Cilento, come tutte le città delle chimere.

Baccanalia era, infatti, nella zona costiera tra Agropoli e Castellabate, proprio vicino al mare.

Appena si arrivava, subito l’odore d’uva raggiungeva il viandante, che si trovava a percorrere un’unica via tortuosa e cedevole come una serie di ponti sollevati dal terreno.

Viadotti incredibili, assurdi cavalcavia, passerelle insensate, intelaiature d’acrobata si susseguivano formando un’unica strada contorta e avviticchiata.

A destra e a manca, sopra e sotto i passaggi, c’era un carosello di sfere: le case, le chiese, le scuole o i negozi, le bettole degli artigiani e poi, numerose, le taverne erano un rincorrersi di globi e di bocce.

Osterie, trattorie, locande, cantine e bottiglierie erano dappertutto e il rumore del tintinnare dei bicchieri, delle fiaschette, di bottiglie e bottigline, di damigiane e fiaschi da stappare raggiungeva a volte dei toni assordanti.

Tra i cin cin e i plok dell’esplosioni di bottiglie di lambiccato, le giornate trascorrevano liete a Baccanalia.

Dalla strada principale si potevano percorrere stradine più piccole, ma ugualmente sollevate dal terreno, che portavano diritte diritte agli usci e ai portoni; e poi c’erano piazze verdeggianti e morbide, vellutate, larghe e che avevano la forma dei palmi delle mani. Lì erano soliti andare i bambini per giocare con delle sfere simili a palloni, ma più trasparenti e piccoli, che talvolta esplodevano e, subito, tutti i piccoli correvano a leccare e a succhiare il succo dolce che ne fuoriusciva.

C’era anche un altro bel divertimento a Baccanalia: era lo scivolone!

Appena fuori del centro abitato, lo scivolone era un groviglio di boccoli cedevoli come riccioli di capelli, morbidi, elastici ed ondeggianti a tal punto che anche un alito di vento era sufficiente a farlo muovere.

Così i più grandi si riunivano lì e facevano vere corse nel vuoto, quelli maggiormente spericolati si lanciavano contro le onde del mare in tempesta o contro il vento invernale e restavano ore ed ore a dondolare nel vuoto e ad andare su e giù, attaccati allo scivolone.

L’ora più bella a Baccanalia era, comunque, quella del tramonto: da ogni parte, il sole basso illuminava l’insieme di sfere.

La luce entrava e faceva sfavillare le case fatte di lucida polpa e di zuccherati sughi: tutto assumeva il colore dell’oro, tutto diventava trasparente come una lampadina accesa ed ogni cosa dentro era visibile fuori, proprio come i sogni prima del risveglio, poi, a mano a mano, la luce del sole si spegneva a mare e come piccole lucine di un presepe, Baccanalia si accendeva; e gli occhi di chi l’osservava si perdevano in un susseguirsi di mille globi luminosi sorretti da ponti incredibili tra cielo e mare.

Per tutti quelli che sono stati almeno una volta a Baccanalia, ciò che resta del ricordo è il leggero senso di stordimento e di felicità malinconica.

lunedì 10 settembre 2007

WEEKEND NEL CILENTO…CON DELITTO!



Il tragico evento spettacolare che l’Italia stava aspettando: il delitto nel ventre del Cilento

L’Associazione Culturale “Arte e Parte” è lieta di organizzare, in collaborazione con il Club “Dragut” e con il B&B “Antico Convento”, un drammatico weekend di mistero da trascorrere nell'antico borgo di Rocca Cilento a Lustra (SA), nel Parco Nazionale del Cilento al quale potrete partecipare ad ottobre.

Il vostro istinto vi trascinerà a trascorrere un weekend nel prestigioso B&B “Antico Convento” nello scenario medievale di Rocca Cilento (SA), ma, stranamente, non tutto è tranquillo come sembrava.
Nel borgo, infatti, in un’antica e nobile dimora disabitata, si nascondono gli agghiaccianti indizi di un misterioso omicidio inspiegabile e l’assassino sarà…uno di voi!

Voi sarete i veri protagonisti di un intricato mistero da risolvere in una serata musicale durante una cena cilentana a lume di candela: voi investigherete o sarete i presunti assassini e sospetterete ed interrogherete o sarete interrogati e sospettati. Nell'affascinante cornice di un antico insediamento fortificato, lontani dal mondo, nella malia di un borgo dimenticato, vivrete una straordinaria avventura in prima persona, mettendo alla prova le vostre doti investigative o la vostra bravura recitativa.

Sarete abbastanza bravi?

Quello che possiamo promettervi, con assoluta certezza, è che vi divertirete fino a… morire!


WEEKEND CON DELITTO 6 e 7 OTTOBRE 2007:
o Spettacolo interattivo con attori del Teatro “Arte e Parte”; sceneggiatura originale di Milena Esposito e musiche al pianoforte di Gian Luca Nigro
o Aperitivo di benvenuto, cena, colazione, pranzo cilentano tipico
o Pernottamento in camera doppia per una notte.
Programma dettagliato:
Sabato:
• Arrivo al borgo di Rocca Cilento tra le 18: 00 e le 19:30
• Sistemazione presso il prestigioso B&B “Antico Convento”
• Aperitivo di benvenuto
• Inizio spettacolo presso l’antica dimora disabitata ore 20: 30
• Cena con menù tipico cilentano
• Pernottamento in camera doppia presso il prestigioso B&B “Antico Convento”
Domenica:
• Colazione all’”Antico Convento” ore 9:30 circa
• Visita del borgo di Rocca Cilento
• Epilogo e premiazione
• Pranzo presso la tipica trattoria cilentana “Dragut”
• Saluto dell’Associazione
• Partenza per le ore 16:00 circa
COSTO DELL'INTERO PACCHETTO PER IL WEEKEND :
95.00 euro a persona
180.00 euro a coppia (90.00 € a pers.)
340.00 euro per gruppi di quattro persone (85.00 € a pers.)
480.00 euro per gruppi di sei persone (80.00 € a pers.)
600.00 euro per gruppi di otto persone (75.00 € a pers.)
700.00 euro per gruppi di dieci persone (70.00 € a pers.)
780.00 euro per gruppi di dodici persone (65.00 € a pers.)
900.00 euro per gruppi di quindici persone (60.00 € a pers.)

• La partecipazione è consentita ai soci con tessera “Arte e Parte”: la tessera può essere acquistata direttamente al momento della prenotazione al costo di 5 euro ed ha validità annuale dall’acquisto.
• Possono partecipare solo i soci con più di 15 anni d’età.

Il numero massimo di partecipati è molto limitato e vi consigliamo di prenotare quanto prima.
L’evento è a numero chiuso; raggiunto il quale, non si potranno accettare successive prenotazioni.
- Informazioni su come arrivare a Rocca Cilento (SA):
- Raggiungere Rocca Cilento è molto semplice: chi opterà per Treno, Aereo o Nave, arriverà a Napoli.
- In auto:
- dal Nord percorrere l'autostrada A3 Salerno - Reggio Calabria, uscita Battipaglia, proseguire per la SS18 e seguire le indicazione per Agropoli-Vallo della Lucania, uscita Prignano Cilento e seguire le indicazioni per Rutino giunti al bivio per Rutino svoltare a destra e seguire le indicazioni per Rocca Cilento.
- dal Sud uscita Eboli seguire le indicazioni per Paestum - Capaccio giunti sulla variante SS18 e seguire le indicazioni di sopra.
- In treno:
Linea Napoli - Reggio Calabria fermata stazione di Agropoli.

N. B.: chi giunge in treno presso la stazione ferroviaria di Agropoli (SA) potrà prenotare gratuitamente il servizio navetta.
Per informazioni scrivete a arteparte@hotmail.it
B&B l’Antico Convento http://www.anticoconvento.it/index.htm
Per prenotare è necessario chiamare il numero 0974823315 dalle ore 15,30 alle ore 17,00 o al 3349903646 e successivamente versare un acconto del 50% presso il conto che vi verrà indicato.
Il saldo dell'importo sarà versato in contanti all'arrivo.
Eseguito il versamento, mandate un’e-mail all'indirizzo arteparte@hotmail.it con oggetto "Weekend con Delitto 6-7 Ottobre " indicando il nome di tutti i partecipanti e possibilmente anche i loro indirizzi e-mail, in modo da poter essere iscritti alla mailing-list dell'evento e ricevere tutte le informazioni aggiornate ed i primi indizi.

sabato 1 settembre 2007

Ronzare


Ronzare


È che ho voglia di dirtelo senza starci a pensare e di mettere giù le cose. No, anzi, di vomitarle, di farmele uscire dal naso. È che so per certo che non servirà, ma serve a me stavolta, a me.

Non voglio pensare alle parole: non ora, ora devo sfogare questa necessità.

È che so di non capire, di non essere all’altezza, è che so…di non sapere. So che non mi fido.

Ecco! Ma che credi?

Non mi posso fidare più. La tua scelta ormai è fatta: tu ti perdi avanti ed io ti seguo, sì, ma con lo sguardo del cieco, col passo dello zoppo.

Non mi fido e te lo grido: EHI! NON MI FIDO PIÙ DI ME…di me…

Mi soffoco in gola. Non vuole uscire. Rantolo.
Sussurro.
Non mi fido dei miei sensi, di questi sentimenti, del fango che infanga e delle nuvole che hai soffiato come fumo sul mio viso, negli occhi, per annebbiare ogni mio respiro e…e brucia…non strillo, no, ansimo e non mi fermo.
Tu mi scacci come si fa con le mosche…e hai ragione tu: continuo a ronzare senza sapere dove andare, senza una meta, lì…là… e che brusio faccio, ma poi, che faccio?

Che ho fatto…che ti ho fatto?

Che sento, lo senti, eh, lo senti? Mai le mie parole sono state più azzurre.

Inutile, inutile è seguirti, inutile raggiungerti…inutile cercare le parole e dirsele e spingerle con tutta la mia bocca, con la lingua e allungare le mani e le braccia e cercarti in un respiro e nel suono che riecheggia ogni volta che sorridi. Amaro.

Vado giù. Cado strattonata. Spinta a terra.
Mi alzo o almeno ci provo.
Brancolo tramortita.

…ho riposto il mio vestito senza che tu lo vedessi quando mi era indosso…senza guardarmi indietro e senza poter guardare avanti; sono io qui dentro, nel buio dell’armadio chiuso, accanto al vestito
smesso…smesso…smesso…

venerdì 31 agosto 2007

Vento


Io adoro il vento caldo.
Lo scirocco, quando gioca con me.
Il vento caldo non si cura di star fermo e tocca.
E scopre e scompiglia ogni cosa.
Salto.
È selvaggio il mio salto…è selvaggio il tuo vento.

martedì 28 agosto 2007

Castellabate - Federico II vento di Soave tra suoni e voci mediterranei




Il posto è bellissimo e la serata è splendida. È una notte di luna piena: è fine agosto, il 27, siamo nel cuore del Cilento a Castellabate, nel cortile interno del Castello Medioevale.
Ad accoglierci c‘è una musica rilassante e torce per illuminare questa notte stellata. Notiamo con piacere che non c’è il palco, la scenografia consiste in un letto, due quinte blu e un tendaggio leggero, bianco, quasi trasparente che si muove al vento.
Siamo qui, tra le sedie messe a semicerchio per assistere allo spettacolo teatrale “Federico II vento di Soave” regia di Antonello Santarelli con la Compagnia Teatro Zeta e Manuele Morgese, che ha scritto anche il testo.
Tornano alla mente i versi del Paradiso di Dante:
« Quest'è la luce della gran Costanza
che del secondo vento di Soave
generò il terzo e l'ultima possanza. »
con il riferimento al fatto che Federico fu il terzo ed ultimo imperatore svevo.
Lo spettacolo si svolge nell’ambito della Manifestazione “Suoni & Voci Mediterranei”, che è giunta alla sua quarta edizione.
La visione è gratuita ed ha l’alto patrocinio del Ministero dei Beni Culturali settore Spettacolo.

Il padrone dello spettacolo, al nostro arrivo, è il vento caldo, che scompiglia i lunghi tendaggi bianchi e, per dispetto, spegne alcune torce. Questo rende tutto suggestivo. Il buio non c’è: è rischiarato dalle stelle, e dalla sfera perfetta di una luna bassa, che di là del perimetro del castello, biancheggia nel cielo, nascondendosi al nostro sguardo.
Al nostro arrivo, verso le 21: 30, ci sono poche persone; poi a mano a mano, un pubblico distinto e silenzioso si accomoda sul semicerchio di sedie.
All’inizio dello spettacolo, poco dopo le 22:00, il cortile è pieno: qualcuno resterà in piedi durante lo spettacolo.
Nella luce del plenilunio, prima che abbia inizio lo spettacolo, notiamo che in scena non ci sono microfoni ed anche questo ci piace.
Le luci, adesso spente, sono montate su due alti piedistalli ed il loro impatto in scena è discreto. A delimitare lo spazio scenico ci sono candelabri che il vento spegne.
Lo spettacolo ha inizio: una ragazza, illuminata da una luce bianca, c’invita a spegnere i cellulari e a rispettare il silenzio il più possibile, poiché gli attori non saranno amplificati.

Incensi, candele e abiti monacali s’aggirano in una scena semibuia. La qualità della musica è eccellente. I movimenti, resi poco chiari dalla scarsa illuminazione, sono molto affascinanti.
Lo spettacolo acquista il suo ritmo ed in scena si alternano i cinque attori: alcuni rivestono più ruoli, altri interpretano un solo personaggio.
Ci aspettavamo uno spettacolo storico ed assistiamo ad una storia d’amore di taglio piuttosto classico.
La trama dello spettacolo ci narra dell’amore contrastato tra Federico e Bianca Lancia.
Secondo una leggenda, che fu tramandata da padre Bonaventura da Lama e ripresa dallo storico Pantaleo, durante la gravidanza di Bianca, Federico la tenne rinchiusa in una torre del castello di Gioia del Colle, perché la credeva adultera. La Principessa non poté resistere all’umiliazione; vinta dal dolore, si tagliò i seni e li inviò all’imperatore su di un vassoio d’argento assieme al neonato. Federico la raggiunse e la trovò moribonda. La donna gli chiese allora di legittimare il figlio, Manfredi, e di sposarla e ciò avvenne in punto di morte.
L’uomo che avrebbe amato Bianca Lancia era Pier delle Vigne.
Una storia a tre: lui, lei, l’altro.
Forse Federico II, lo"Stupor Mundi", avrebbe meritato di più.
Lo spettacolo ci riempie di belle musiche, giochi semplici ed efficaci di luci, ben studiate, che creano splendide immagini, quasi quadri pittorici; voci dal vivo e belle registrazioni, eseguite magistralmente, ci regalano una bella serata. Un gran plauso va al service fonica-luci, la cui bravura è stata necessaria alla buona riuscita dello spettacolo. Gli abiti sono curati, alcune immagini sono rese spettrali dall’uso sapiente dei tendaggi, che diventano elemento dominante della scena. Il vento continua a giocare con i drappeggi, rendendo un gran servigio al successo dello spettacolo.
Ci aspettavamo il bel Morgese a dorso nudo e lo abbiamo avuto, come sempre, stavolta era ben illuminato e bagnato in una catinella per il bagno settimanale dell’imperatore, malcelato dal tendaggio, che il vento clemente ha sollevato.
Bravissimo l’attore che interpretava il giullare, del quale, purtroppo, al momento dei saluti, non è stato fatto il nome e che assieme agli altri non è stato presentato ad un pubblico attento e discreto.
Milena Esposito.